passaporto Iraq
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Hai comunque bisogno di un iracheno, perché al Ministero dell’Interno, naturalmente, all’Ufficio Stranieri, nessuno parla inglese. Ma l’autorizzazione a lasciare l’Iraq deve essere ottenuta entro 10 giorni dall’ingresso nel paese, e oggi è già l’undicesimo, perché da quando sono qui, è tutto chiuso a causa di un pellegrinaggio, scuole strade, negozi, uffici: tutto. E quindi, per avere questo timbro, mi tocca scomodare non un iracheno qualsiasi, ma l’addetto stampa del parlamento – con un giro di telefonate e raccomandazioni che arriva fino al portavoce del governo. Scusatemi, dico entrando, imbarazzata: è che mentre venivo qui, il primo giorno, è esplosa un’autobomba. Oh, risponde un funzionario. “Ma era il momento migliore. Non avrebbe trovato fila”.

In realtà la fila, qui, non c’è mai. Perché l’Ufficio Stranieri è un edificio mezzo dissestato e all’apparenza non ampio, che invece contiene un labirinto di stanze e funzionari. E quindi non c’è la fila: si passa da una stanza all’altra. Soprattutto, non c’è nessuna fotocopiatrice: ognuno copia a mano il foglio che gli è stato consegnato dal funzionario precedente.

Per 16 volte.

Ognuno aggiunge una firma e un foglio a un fascicolo che lievita presto in scatola.

Soprattutto, ognuno aggiunge un ostacolo. Invece di timbrarmi il passaporto, cosa che pensavo richiedesse due minuti, dal momento che si tratta solo di lasciare il paese, e il difficile, in genere, è entrarci, ogni funzionario dice: Broblem – e mi rimpalla a un altro funzionario.

E il primo dei problemi neppure è tanto semplice da risolvere così, prima che il mio aereo parta: è l’indipendenza del Kurdistan. Perché sono arrivata in Iraq via terra dalla Turchia, e cioè dal nord, dal Kurdistan, e già lì è stata un’avventura, con i curdi che non volevano rilasciarmi un visto: sul mio passaporto, dicevano, c’era un visto per l’Iraq. E dunque perché stavo andando in Kurdistan invece che in Iraq? E delle due, l’una: o il Kurdistan è autonomo, e allora non importa che io abbia un visto per l’Iraq o la Russia, sono due paesi diversi, oppure il Kurdistan è parte dell’Iraq, e allora il visto che ho avuto a Roma è sufficiente sia per Baghdad sia per Erbil. Ma la logica aristotelica non è stata molto convincente. L’unica, dopo un’ora di trattative, è stata tirare fuori una mia foto a Kobane, in trincea e elmetto. Ma con tutto lo spazio che c’era, i curdi mi hanno timbrato l’ingresso esattamente sopra il visto per l’Iraq, impiastricciando tutto di inchiostro. A quel punto a Baghdad, all’aeroporto (dove sono arrivata con un volo internazionale da Erbil, perché con questa storia dei sunniti e degli sciiti, e delle mille etnie e religioni e minoranze, il Medio Oriente è così frammentato, e il Kurdistan così piccolo, che non esistono voli nazionali, fai un giro in periferia e sei subito all’estero: e però nessuno, a Erbil, mi ha timbrato un’uscita dal Kurdistan), insomma a Baghdad, causa anche una bionda australiana che distraeva tutti, non mi hanno timbrato un nuovo ingresso: come se Kurdistan e Iraq fossero un solo paese. E ora all’Ufficio Stranieri, in cui dovrebbero essere contro l’indipendenza dei curdi, se non altro perché i curdi hanno il 20 percento del petrolio, e perché comunque questo è quello che scrivono tutti i giornali, mi contestano che non risulto essere in Iraq, perché l’unica mia traccia è a Erbil. “E Erbil, per me, è come se fosse il Guatemala”, mi dice il primo funzionario.

– Ma chi le ha detto che siamo contro i diritti dei curdi? Con chi ha parlato?

– L’ho letto su il Fatto Quotidiano.

– Su che?

– Sul New York Times.

– E perché non l’ha chiesto a noi? Chiederebbe a un iracheno cosa pensano gli americani?

– Ma appunto. Sono venuta in Iraq proprio per chiedervelo. Anzi. Ora, se mi fa uscire, passo dal New York Times a dire che si sono sbagliati.

– Ma lei in realtà non è mai venuta qui. Lei non è in Iraq.

– Non sono in Iraq?

– No.

– Sì.

– No. E come fa a uscire, ora? Non è mai entrata. Mi capisce, vero?

– No. Cioè, sì. Però forse… ehm…possiamo…cioè, possiamo telefonare a…

– Non vorrà mica che io violi la legge.

– Assolutamente.

– Dopo tutta una guerra per la democrazia.

– Ci mancherebbe. Però magari c’è un amico del mio interprete, che ha uno zio che può…

– No.

– Ma lo zio ha anche un altro zio che…

– No.

– E quindi?

Broblem.

E quindi si inizia.

Continua…