Bandierine ovunque, strade tappezzate con le sigle dei vari partiti che si presenteranno alle elezioni del 7 giugno: AKP, CHP, MHP, HDP. Il partito democratico dei popoli (HDP), secondo gli ultimi sondaggi, potrebbe essere la vera rivelazione: se supererà la soglia del 10% potrà entrare in Parlamento e creare non pochi problemi al partito di Erdogan, l’AKP. Secondo gli ultimi sondaggi riportati da diverse compagnie turche (Sonar, Akam, Gezici), l’HDP conquisterebbe oltre il 10% dei voti, conquistando così 62 seggi in Parlamento. In questo caso il partito di Erdogan non raggiungerebbe i 276 seggi che servono per poter governare da solo.

Velo verde, giacca rosa pallido, sguardo triste e compassionevole. Si chiama Huda Kaya, nota attivista turca per i diritti umani, oggi candidata al Parlamento con l’HDP. Chiarisce subito l’importanza del suo coinvolgimento politico: “Sotto la nostra sigla si riuniscono tutte le etnie e religioni minoritarie del Paese. L’HDP- conosciuto anche come il ‘partito dei curdi’- ha come principale obiettivo quello di salvaguardare i diritti di tutti i cittadini: vogliamo che tutte le etnie abbiano una voce in Parlamento. I cosiddetti ‘diversi’ e ‘inferiori’- così Erdogan spesso ci dipinge- non sono soli, noi combattiamo per loro.” Altro tema cruciale è l’uguaglianza tra i sessi: “L’uomo e la donna – aggiunge Kaya – sono uguali e devono ricoprire gli stessi ruoli, anche nel mondo lavorativo”.

L’incontro si svolge a Fatih, quartiere conservatore di Istanbul, serbatoio di voti del partito di Erdogan. “In Turchia gli uomini dominano la politica. Negli altri partiti le donne sono poche e non hanno voce in capitolo. Nel nostro, invece, il 38% dei candidati sono donne. Dobbiamo ascoltare la le loro necessità e bisogni, spesso oppressi e sottaciuti. La mia candidatura assume oggi questo significato: rappresentare chi non è rappresentato nella società”. Ricorda gli incontri durante la sua campagna elettorale, e mentre parla le si spezza la voce: “Alcune donne mi abbracciano per strada e mi raccontano le loro vicissitudini; altre condividono con me dolori e preoccupazioni. Sono la loro speranza”. Poi conclude con un filo di voce: “A volte, quando mi rivelano le loro miserabili storie personali, non riusciamo a trattenere le lacrime e finiamo a piangiamo insieme”.

Huda Kaya da due anni è attiva politicamente, ma ha un passato da attivista che non nasconde: “Sono stata in carcere per tre anni. Portata in Tribunale con l’accusa di “tentare di sciogliere con forza la Repubblica turca” – processo che poteva terminare con la pena di morte – per aver partecipato a manifestazioni contro il divieto del governo di indossare il velo islamico nelle università.” Il tema dei diritti, da sempre al centro dei sui interessi, è preponderante nella sua campagna elettorale: “Non è vero, come dice Erdogan, che i musulmani che ci votano sono ‘cattivi musulmani’. Il presidente fa leva sui sentimenti religiosi per manipolare la gente. Io sono musulmana, ma rispetto tutte le altre religioni” Poi porta un esempio, a suo dire molto calzante: “Gli Alawiti sono una ‘minoranza’ composta da dieci milioni di persone nel paese, ma non vengono riconosciuti. Io combatto anche per loro”.

Poi spiega che molti cittadini hanno timore di votare il suo partito per motivi pratici: “Chi ha  accumulato privilegi con questo governo, ha paura di perderli, se voltassero le spalle al dittatore”. Poi si blocca, alza leggermente il tono di voce e mette subito in chiaro una cosa: “ Erodgan è molto scorretto: ci dipinge come una partito violento e la gente che lo ascolta, sull’onda dalle sue parole, spesso aggressive e razziste, ci attacca per strada.” Poi scende nel dettaglio: “Giorni fa, prima di un comizio, sono stata aggredita. La polizia ci ha dovuto scortare via.” Improvvisamente si blocca, prende il cellulare, mostra foto e video degli aggressori ed indica l’immagine della sua macchina con il vetro infranto: “Mi hanno lanciato pietre e sassi. Come si vede chiarimenti dalle immagini, queste sono le persone che ci hanno attaccato. Purtroppo nonostante abbia le prove, rimarranno a piede libero”.

Il clima è pesante e potrebbe degenerare in qualsiasi momento, sottolinea più volte la candidata del partito curdo.  Bisogna abbassare i toni  e parlare dei temi veri. Kaya non ha dubbi sulle motivazioni reali dietro le dichiarazioni del Presidente: “La verità è che gli facciamo paura: se superiamo la soglia del 10% alle prossime elezioni, entreremo in Parlamento e bloccheremo il suo progetto folle di cambiare la costituzione a suo piacimento per avere più poteri nelle sue mani” Infine lancia un monito: “Una cosa è certa: siamo noi oggi la vera e unica opposizione al governo, le altre sono blande e non hanno un vero interesse nell’ostacolare l’uomo solo al comando. Se i turchi lo vogliono fermare, sanno che devono votare il nostro partito”.

Infine mette in guardia sulle irregolarità che, secondo lei, non mancheranno: “Una settimana fa, un membro dell’Akp mi ha detto, senza mezzi termini: ‘voi del partito curdo, dovreste stare il più possibile attenti, perché potrebbero esserci diverse irregolarità sulla conta dei voti.’ Questa frase viene proprio da una persona del partito di Erdogan. E’ per questo che chiedo a tutti i cittadini, che hanno a cuore la democrazia, di controllare i seggi e di denunciare tutte le violazioni a cui assisteranno”.

Su questo argomento, l’Organizzazione non governativa turca ‘Human Rights Association’ (IHD) spiega quali sono i casi più frequenti di irregolarità. A parlare è Kivan Sert: “In questa Ong siamo tutti avvocati e proteggiamo in tribunale chi subisce violazioni prima e durante le elezioni. Diversi candidati del partito HDP hanno denunciato il fatto che in alcune zone della Turchia non riescono a fare campagna elettorale perché il governo non gli accorda questo permesso, mentre il partito di Erdogan può fare tutto.” Ma ci sono tanti altri casi all’ordine del giorno elencati da Kivan Sert: “ Succede spesso che se il partito di Erdogan fa comizi pubblici, anche le preghiere vengono posticipate nelle moschee, per favorire l’affluenza. Oppure le autorità obbligano gli impiegati statali a partecipare agli eventi politici, se vogliono salvaguardare il loro posto di lavoro: un vero e proprio ricatto.” Infine una decina sono i casi di poliziotti corrotti su cui sta lavorando l’Organizzazione “ vanno ad arrestare gli attivisti dentro le loro abitazioni e proibiscono così a tante persone persone di andare a votare il 7 giugno”.

A pochi metri da pizza Taksim, l’incontro con Garo Paylan, candidato armeno del partito HDP. Lui ha una storia diversa alle spalle, ma anche il suo attivismo è tangibile: “Erdogan è un opportunista, non è sincero sulla questione degli armeni: quelle piccole aperture che ha fatto nei mesi scorsi sono ad uso e consumo della campagna elettorale!” Durante l’intervista ordina un tè e mentre lo sorseggia, aggiunge, con aria impassibile: “Essere armeno in Turchia vuol dire essere inferiore, così vuole il governo. Il mio partito ha riconosciuto il genocidio, Erdogan non lo farà mai.” E’ molto coinciso e preciso nelle sue dichiarazioni, quasi telegrafico: “Non siamo terroristi, come veniamo definiti dal Presidente. Vogliamo che i nostri diritti non vengano calpestati”.

Secondo Garo Paylan, l’intelligence turca è dietro le ultime bombe fatte esplodere negli uffici del suo partito e la stampa turca, suddita e legata a doppio filo col Presidente, è complice: “Potrei essere attaccato in qualsiasi momento. Erdogan controlla i giornali e di conseguenza le menti delle persone. Noi siamo contro la sua onnipotenza”. E riguardo al superamento della soglia del 10%, aggiunge: “Utilizzeranno tutti i mezzi, soprattutto sleali, per non farcela fare. Il primo e sotto gli occhi di tutti è la strumentalizzazione dell’Islam.” Poi affonda: “E’ tempo di cambiare. Noi siamo l’unica speranza per il cambiamento”.

Nelle vicinanze di Taksim, c’è un quartiere che ha fatto molto discutere ultimamente, si chiama Tarlabasi. E’ uno delle zone più povere della città: lì vivono zingari, curdi e armeni. Il governo sta buttando giù tutte le case, alcune storiche, per costruire nuovi palazzi. La polizia caccia la gente di casa e stacca l’elettricità per costringerli a lasciare le loro abitazioni, spiega Garo Payan:  “Erdogan vuole fare diventare Tarlabasi il quartiere dei nuovi ricchi a discapito delle povere persone che ci abitano da generazioni. Dobbiamo proteggere le persone che ci vivono, ma anche la tradizione e le diverse culture di questo Paese. Non solo il dio denaro”.

Poi alla domanda se prende ispirazioni da altri partiti in Europa, aggiunge: “Il partito greco Syriza mi piace molto. Conosco bene Tsipras. Sono andato ad Atene diverse volte. L’unica differenza è che loro stanno al governo e possono cambiare le cose. Noi stiamo lavorando per questo avvenga”. Infine punta il dito su quello che, secondo lui, è il vero problema del Paese: “Dobbiamo rivedere il sistema educativo. C’è tanta ignoranza in giro, nel senso che la gente ignora la Storia perché nessuno gliela ha insegnata. Oppure viene insegnata nelle scuole tramandando falsità su falsità. La mia generazione, di quarantenni, ad esempio, non si può salvare, sono stati già indottrinati. Gli anziani hanno troppe barriere ideologiche. Però i giovani si possono e si devono salvare: sono più aperti e più tolleranti. Dobbiamo investire sul sistema educativo per riappropriarci del nostro futuro”.

di Giovanna Loccatelli