Il fenomeno delle baby prostitute, che in Italia è aumentato del 440 per cento rispetto al 2013, svela storie che sentiamo ancora lontane. Cos’è allora il sesso per le adolescenti comuni? Da un esperimento – abbiamo chiesto ad alcune ragazze tra i 14 e i 17 anni di filmare la loro estate – è emerso un mondo del quale si sa pochissimo. E che vi mostriamo stasera, 4 maggio, alle 21.10 su SkyTg24 nel documentario (in due puntate) Sex and the Teens, prodotto dalla Wildside di Lorenzo Mieli. Questa inchiesta non racconta una verità assoluta, che nell’universo degli adolescenti, forse più che in qualunque altro, proprio non esiste. Ma fotografa con precisione tante piccole realtà, dal centro di Milano alla periferia di Roma, dalla sfaccettata Napoli ai ritrovi dei ragazzi all’estero, Mykonos in testa. Così scopriamo che ci sono posti dove si fa sesso, in pieno giorno, davanti a decine di persone, o che, anche in assenza di prostituzione, la voglia di sperimentare e il conformismo possono portare a giochi pericolosi, e dolorosi, come svela una “baby doccia”. Se emerge un fatto, dalle testimonianze, è che queste storie non si possono leggere senza contestualizzarle nella città di internet, dove si diventa facilmente predatori, e ne abbiamo incontrati tanti, o cacciagione. E dove ci sono centinaia di migliaia di persone che ti azzannano pubblicamente appena commetti un errore, che rimane poi per sempre nella memoria infinita dei computer.

La voglia di esibirsi in Rete può distruggerti: Nadia, a soli 14 anni, ha visto finire online un video spinto che aveva mandato al suo ragazzo, con nome e cognome nonostante l’età. Sono ferite che restano come marchi sul corpo, pesano come anni non ancora vissuti, e ti cambiano il futuro. Il nostro è un viaggio attraverso le tante facce dell’amore, e del sesso, ai tempi del web. Casi estremi? Per le ragazze sono cose normali, di certo molto più diffuse di quanto si voglia ammettere. La morale non spetta a noi, che in questi articoli come nelle puntate in onda stasera porgiamo un microfono senza filtrare, né giudicare, le parole di chi si confida.

Una vita da “ragazza doccia” al liceo
Che Nina sia una bellissima ragazza aggiunge un grado di complessità alla sua storia, il cui filo rosso pare il bisogno di accontentare gli altri, che siano le amiche o i compagni di scuola. Ha i capelli castani, lunghi e ondulati, un fisico da indossatrice, gli occhi verdi e una costellazione di nei sparsi sul volto e sul collo. È lei a raccontarci, e a documentare con foto e filmati, il mondo napoletano delle “baby doccia”: chiamate così perché fanno sesso, nei bagni di scuola, una volta al giorno, così come ci si lava una volta al giorno.

Il fenomeno era emerso già a Milano, e scoperto dall’equipe del professor Luca Bernardo, direttore del reparto di pediatria dell’ospedale Fatebenefratelli. È stato lui a parlare per primo di questa nuova tendenza tra ragazzine di 14 e 15 anni, che frequentano perlopiù scuole private: “Abbiamo individuato per ora otto ragazze ma ci risulta che il fenomeno sia molto più esteso. I maschietti–clienti vengono scelti in base a ciò che possono dare in cambio”. Ma come tutte le mode, anche questa è stata poi reinterpretata: nel centralissimo ginnasio del capoluogo partenopeo non si fa più sesso per soldi o per regali, ma – come ci spiegano le ragazze – “solo per il piacere di farlo, per scoprire cosa si prova”. E perché altrimenti si finisce fuori dal giro che conta.

“Il primo anno di liceo, nella mia classe, quasi tutte avevano già perso la verginità. Io mi trovavo un po’ fuori posto”, racconta Nina (nome di fantasia). “Le mie amiche facevano cose già più spinte, andando con più di un ragazzo a volta. E ingenuamente ho cominciato anche io a interessarmi, a chiedere”. Nina ha fatto la baby doccia per due anni, durante i quali ha accumulato un piccolo archivio di filmini fatti a scuola col cellulare. In uno di questi, si vede una compagna di classe che riceve un messaggino durante l’ora di educazione fisica con su scritto, semplicemente, “SSS”. “È il nostro codice. Vuol dire ‘sesso?’, tu capisci, dai l’ok e indichi a quale cambio dell’ora vuoi incontrarti”, spiega lei. Nina filma la compagna mentre lascia la lezione e segue un ragazzo nel bagno di scuola, con la porta che si chiude alle loro spalle e le amiche che ridono in sottofondo.

“Nel mio gruppo eravamo sei o sette, erano tutte baby doccia. Non c’era nessuna che non l’aveva fatto, anche perché sennò non avrei cominciato neppure io. Però non lo facevo spesso, mi capitava due o tre volte al mese. Per il primo mesetto andavo sempre con lo stesso ragazzo, poi lui si è trovato un’altra. Ma non ero gelosa perché non era una cosa seria, altrimenti avrei preferito una relazione invece che continuare a incontrarci nei bagni di scuola. Poi ho cominciato a cambiare partner anche io”. In un altro filmato, Nina si ritrova in corridoio con amiche di un anno più piccole, che le chiedono, incuriosite, cosa si provi: “Non ti importa se ti sfruttano?”, domandano. Lei risponde: “No, chi te lo dice che non sia io a sfruttare loro?”. “E come ti organizzi?”, vogliono sapere. “Con i soliti tipi mi basta uno sguardo. Altrimenti, se arriva qualcuno che non conosco, manda un messaggio in chat (“SSS”). Io capisco al volo e do l’ok, di solito vado al cambio dell’ora al bagno al terzo piano, che è piu isolato”.

La prima volta di Nina è stata a scuola. La prima volta che ha fatto sesso orale, e che ha avuto un rapporto completo, è stata durante un cambio dell’ora. Capire cosa l’ha spinta non è semplice. “Pensi: chissà cosa si prova. Se lo fanno le mie amiche, un motivo ci sarà. La prima volta mi è capitato perché mi annoiavo e non sapevo che fare durante una lezione. Questo ragazzo mi ha mandato il messaggio con le tre S e io sono uscita e l’ho raggiunto. Le mie amiche mi aspettavano su di giri al ritorno, sono stata al centro dell’attenzione per giorni. Dopo la prima, la seconda, la terza volta diventa normale. Il rapporto con questi ragazzi? C’era molta indifferenza, come se non stesse succedendo nulla”. Ma gli incontri non capitano solo a scuola: “Organizziamo anche festini, durante l’anno, quando i genitori di qualcuno non ci sono. Ci troviamo per le 9, beviamo un po’ e poi chi vuole sceglie un compagno e va a fare sesso in una stanza, oppure quando perdi ai giochi alcolici paghi un pegno, spesso lieve. Cose soft, tipo toccate o pompino. Poi si esce e si va a casa a dormire”.

Quando Nina parla di piacere, però, non si riferisce affatto all’orgasmo: “Non lo facciamo per raggiungere il piacere, ma giusto per il piacere di farlo. Lo stato d’animo dopo? Non ci pensavo tanto. Provavo a non pensarci troppo. Perché altrimenti cominciavo a dire: forse sto sbagliando, forse non dovrei vendermi così tanto, con tutti questi ragazzi. Ma era una cosa che mi divertiva. Aveva significato solo se il ragazzo mi piaceva, altrimenti non mi faceva né caldo né freddo”. E così, da sola, Nina comincia a svelare il lato più malinconico della vicenda, parlando, a soli 16 anni, come una donna navigata che ricorda la difficoltà di spezzare un circolo vizioso. “Tutti quanti, soprattutto i genitori, sono convinti che questi aspetti legati al sesso o non esistano proprio o comunque non riguardino loro e i loro figli. Ma secondo me dovrebbero rendersi un po’ più consapevoli di quello che succede. E parlarne. A me per esempio avrebbe fatto piacere confrontarmi con mia madre. Prima dicevo: non ne parlerei mai. Ma ora penso: forse avrei dovuto confidarmi, mi avrebbe potuto dare un consiglio. Serve il parere di una persona esterna, esterna nel senso che non fa parte del tuo giro, che non ti spinge a fare certe cose. Ti può aiutare a capire che non sono cose normali”.

Eppure, anche se Nina non sarebbe mai diventata baby doccia senza “la forte influenza” delle amiche, non è detto che questa esperienza lasci segni troppo pesanti: “Non è che dicevo che bello, ti stai facendo fare da tutti, complimenti. È brutta come cosa, più o meno, però non mi sembra un caso estremo. Ripensandoci da grande, secondo me, mi farò una risata. Me la faccio già adesso. Non so se potranno dire la stessa cosa le nuove ragazze di quarta ginnasio: loro sì che esagerano. Il problema è che vogliono dimostrare di essere più trasgressive di noi. Sai cosa? Sono contenta di non avere oggi 14 anni”.

“Dopo il video, per tutti sono una troia”
La vita dopo, quando una ragazza casca nella ragnatela di Internet, può essere difficile da ricostruire. E scivolarci, in un Paese dove il 74 per cento degli adolescenti scopre il sesso in rete, una su cinque pratica il sexting e posta immagini intime, e il 25 per cento rischia la porno dipendenza, non è affatto raro.

La storia di Nadia, che all’età di 15 anni ha mandato al suo fidanzato un filmino spinto, finito poi in rete, racconta bene la violenza della gogna virtuale. La vicenda si è sentita mille volte: lei manda video sexy al compagno che, dopo aver interrotto la relazione, li gira agli amici. E questi li postano su Facebook, incassando in poche ore centinaia e poi migliaia di “like”. Quando Nadia si accorge che i suoi contenuti privati sono online – e che da Facebook sono passati a Youporn, Porn Hub e ad altri siti per adulti – è troppo tardi: il diritto all’oblio, che c’è pure per i condannati, pare non valere per le minorenni che diventano, loro malgrado, star del porno.

Nadia vive nella periferia di Roma, e in 24 ore si trasforma nella ragazza più chiacchierata del Paese. Passa il tempo, ma l’interesse non si placa. Lei posta un messaggio su Facebook chiedendo di essere lasciata in pace: “Ok, ho fatto uno sbaglio, ma mi sono stancata di leggere il mio nome ovunque e di essere insultata dappertutto”. Ma non funziona, diventa famosa per quei video, le chiedono di partecipare a serate in discoteca e comincia ad accumulare migliaia di follower sui social network, la seguono soprattutto per infangarla.

Nadia si presenta all’intervista, in onda stasera su Sky, con pantaloncini corti e le unghie lunghissime, perfettamente laccate di rosso. Sembra intrappolata nella parte che il web le ha imposto di recitare. Poi però parla, con la voce rotta, e torna a essere poco più che una bambina: “Mi dicono che sono una puttana, una troia, e lo ripetono senza fine. I video sono due, ma li hanno divisi in tante parti, e così sembra che io ne abbia fatti di più. Li avevo mandati al mio ragazzo e lui, un anno dopo che ci siamo lasciati, li ha inviati ai suoi amici che li hanno messi su Internet. Quel giorno mi è crollato addosso il mondo. Sono andata dalla polizia postale, ma il server su cui sono stati caricati è all’estero, quindi non possono farci niente”.

Eppure, a vedere il suo profilo Facebook e Instagram, Nadia pare essersi calata bene nella parte, pubblicando foto ammiccanti in continuazione: “Le immagini che metto su internet ? Mi divertono, ma lo faccio solo perché c’è il filtro della rete. Se incontro un ragazzo, oggi, non riesco nemmeno a parlarci, mi viene paura. Ho paura che se mi fido, poi risuccede quello che è accaduto. Quindi non mi fido più, non mi fiderò più, non so per quanto. Parla come se avesse subito una violenza: “Quando ho visto i filmini on line sono stata davvero tanto male, penso di non aver mai pianto così tanto in vita mia. Mio padre c’è rimasto malissimo. Voleva ammazzarmi di botte, non l’ha fatto perché ha visto come stavo io e ha lasciato perdere. Per più di un mese non mi ha rivolto la parola, quando tornavo a casa. Mi sono dovuta abituare da un momento all’altro a essere trattata con indifferenza. Mia madre mi è stata più vicina, ha cercato in tutti i modi di mandarmi a scuola, ha parlato col preside, ha provato a proteggermi. Ma io a scuola non volevo più andarci. Il primo giorno che sono tornata, qualche settimana dopo, non volevo entrare. Un mio compagno mi ha vista che piangevo con mia madre e mi ha presa e portata su. Ma sono stata un’ora fuori dalla classe. Mi vergognavo, tanto. Non sapevo cosa pensassero i miei compagni”.

L’errore di Nadia non ha avuto un impatto solo sulla sua vita da liceale o sulla sua famiglia, ma anche sulle sue scelte. “Adesso esco solo con ragazzi gay, sono gli unici di cui non ho paura, di cui mi posso fidare. Superare questa cosa? Ci vorrà tanto tempo. Subito non ce la faccio. È da anni che non voglio nessuno, che non do nemmeno un bacio. Mi sono dovuta creare uno scudo, non me la sento proprio di prendere e uscire con un ragazzo, come se fosse normale”.

Il cliente: “Siamo professionisti, io non sono un orco”
Quella che leggerete non è un’intervista, ma una breve confessione che ci ha inviato un cliente quarantenne delle baby prostitute sotto indagine penale. Vietato fare domande, ma in fondo non servono. Per capire il suo mondo distorto basta lasciarlo parlare: “Non parlerei proprio di adescamento, è più che altro un gioco. Quello che mi elettrizza non è solo l’età. È  un fatto di chimica, di pelle, di odore, di spensieratezza. Se sono minorenni lo sono sulla carta di identità e basta, non nella testa. Io sono a conoscenza di questa tendenza tra le ragazzine e la sfrutto. Sono per lo più studentesse di buona famiglia, vanno a casa, cenano coi genitori, e ottengono da me quello che il papà non concede. I social network, negli ultimi anni, sono stati la svolta. Ci hanno messo nella condizione di essere più veloci, più rapidi, è tutto più semplice. Con noi vengono ragazze che si divertono, si passano pomeriggi molto belli. E poi ovviamente guadagnano. Mi chiedono 100, 150 euro. Se non sono soldi sono regali. Il vestito, il telefonino, le ricariche. A me va benissimo così. Il fatto di pagarle mi mette nella condizione di essere ancora più soddisfatto del rapporto. Siamo questo: professionisti, come tutti. Non sono l’unico, non sarò mai il solo. Io non sono un orco”.

“Cam girl per rifarmi il seno, mamma lo sa”
La prima chat si interrompe perché, mentre parliamo con Alice, lei sente la porta di casa che si apre: “E’ mio padre, scusa, devo andare!”. Sembra molto giovane anche se, stando al regolamento del sito (è così per tutti quelli basati in Italia), deve avere almeno 18 anni. Basta inviare una foto e la fotocopia del documento per andare online. Poi la competizione è alta, e l’offerta – ragazze che si spogliano sul web per fare soldi facili senza arrivare agli estremi delle prostituzione – anche di più. Non è un lavoro semplice: “In tanti chiedono cose strane, vogliono le scarpe col tacco, alcuni giocattoli, sfogano le loro fantasie. Poi ti offendono pure. È per questo che non mostro più la mia faccia – spiega Camilla, una collega di Alice – Non sono triste di fare questo lavoro, ma neanche felice”.

Tra le tante webcam girl italiane che abbiamo intervistato (brevemente, si bruciano quasi 30 euro in cinque minuti di chat), c’è Marika: “Ci sono giorni che porti a casa 10 euro, altre volte 50. Dipende se sei bella, brutta, se ci sai fare. Io sono tranquilla, non ho nessun problema a fare la Camgirl, mica sto incontrando… che mi frega?”. Mentre altre ragazze mostrano un filo di tristezza, Marika ha una missione: “Mi 5800 euro per rifare il seno. Per l’estate prossima, Natale al massimo, ce la faccio. Mia madre lo sa. Mi dice: sei maggiorenne, fai quel che vuoi, cavoli tuoi”.

Da Il Fatto quotidiano del 4 giugno 2015