In un articolo recentissimo su The Economist, dal titolo “A tale of two economies”, l’Italia viene illustrata, con brevità di parole e fredda lucidità di cifre e grafici (intitolati “Mamma mia”) come un Paese in cui convivono due distinte economie. I dati economici nazionali, agli occhi della stampa estera, solo a fatica “mascherano” le dilanianti differenze regionali. Nel periodo 2001-2013, a causa della stagnazione, il Nord e il Centro del Paese sono cresciuti “di un misero 2%”. Ciò, nonostante  una politica di investimenti che ha premiato le Regioni settentrionali, come ben si legge nei grafici riportati sull’organo di stampa inglese. Mentre il Sud si è “atrofizzato del 7%”.

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Ne viene fuori un quadro dicotomico, dal quale emerge un’economia più forte, o più debole, di quello che dicono i dati nazionali: dipende solo dalla prospettiva da cui li si guarda. O dalla latitudine. Si parla di quel 70% di disoccupati meridionali sui 943.000 italiani che han perso il lavoro tra il 2007 e il 2014. O dell’occupazione femminile, ferma, al Sud, al 33%; dato misero rispetto al più lusinghiero 43% dei fratelli greci. Tra i motivi del ritardo: la lentezza nell’infrastrutturazione digitale, la lentezza della giustizia civile e della burocrazia, la corruzione. Tutte presenti, in varia misura, al Nord come al Sud. Quello che viene evidenziato è un aspetto peculiare del “divide”, ossia del divario tra Nord e Sud del Paese: la sua longevità.

Sorprende, quella longevità, soprattutto chi legge e studia la Questione meridionale. Un male endemico consustanziale alla storia unitaria di questo paese. Ben più antico e consolidato di quanto possa emergere dalla sola analisi dei dati relativi all’ultimo periodo, tratteggiato a tinte forti dall’articolo dell’Economist.

Se i dati spaventano, preoccupano invece le misure prese per ridurre il cosiddetto “divide”. Nelle ultime settimane sarò stato distratto, ma non ho sentito nessuno sottolineare, nei dibattiti e nei confronti, quanto evidenziato su IlSole24Ore da Stornaiuolo Villani: “La legge di Stabilità 2015 prevede (Art.1, comma20) per le imprese, dal 1 Gennaio 2015, la deduzione totale dalla base imponibile Irap del costo dei dipendenti con contratto a tempo indeterminato”. Una bella iniziativa. Soprattutto per le imprese del Centro-Nord, che “presentano ancora un margine positivo tra le retribuzioni lorde medie (rispettivamente 35.730 e 28.544 euro)e l’importo delle deduzioni forfettarie concesse negli anni precedenti”. Se non fosse che “per l’impresa-tipo del Mezzogiorno (con retribuzione lorda annuale pari a 25.564 euro) le deduzioni forfettarie e analitiche applicate negli anni precedenti hanno eguagliato l’importo della retribuzione lorda, per cui non potrà godere degli ulteriori benefici fiscali Irap. In questo modo, le imprese del Centro-Nord saranno maggiormente incentivate ad aumentare la domanda di lavoro, mentre quelle del Mezzogiorno avranno minore convenienza ad assumere”.

Idem, se si parla della riduzione del cuneo fiscale (art.1 commi 118-122), per le assunzioni a tempo indeterminato. L’azienda è esonerata dal versamento dei contributi previdenziali previsti fino a 8.060 euro annui. Anche in questo caso le imprese meridionali non troveranno giovamento dal nuovo schema, secondo quanto riportato nel medesimo articolo. Che ribadisce, “la manovra sull’Irap e il Jobs Act non basteranno da soli a rilanciare la domanda di lavoro, specie nelle Regioni più deboli del Paese”.

Inutile dire che non sarebbe possibile tenere in piedi lapalissiane disparità di trattamento sul territorio, qui e altrove abbondantemente documentate, se non ci fosse un corpo elettorale sempre più inerte, al Sud, come ben dimostrano, da anni, i dati sull’astensionismo. Una forma preoccupante di “dis-impegno civile” che ha il solo merito di consolidare lo status quo. Fondato, anche, sul disinteresse di chi, anziché impegnarsi nella ricerca del migliore candidato da votare, preferisce trincerarsi nell’ignavia, incrementando gli spazi di manovra per chi, in tutta evidenza, poco a cuore tiene le sorti del nostro territorio.