Oggi celebriamo una ciclistica resurrezione. A Cervinia, infatti, finalmente vince un redivivo Fabio Aru, che ama le salite della Valle d’Aosta e due volte è stato primo nella corsa a tappe di questa splendida regione che ha disputato quattro volte. E’ un successo liberatorio, un arrivo da uomo solo al comando, che tanto piace ai tifosi e agli appassionati del ciclismo e che nelle grandi tappe di montagna assume dimensioni epiche: quella di oggi misurava 236 chilometri, con tre colli di rispettabile difficoltà concentrati negli ultimi settanta chilometri. L’Astana di Aru e Mikel Landa li ha affrontati con progressiva aggressività, per cercare di asfissiare il nemico Alberto Contador e mantenere costante la pressione sulla Tinkoff della maglia rosa. Missione fallita, quella dell’assalto al re: Contador ha amministrato il finale di corsa lasciando andar via Aru, da lui paternalisticamente descritto come “il presente delle corse a tappe”, ma nei fatti non ancora un rivale in grado di impensierirlo. Così ha preferito marcare stretto il più pericoloso degli Astana, cioè il basco Landa di Murgia. Il quale non era in gran spolvero e non ha ovviamente fatto nulla per agevolare l’inseguimento di Fabio. Per riassumere: Contador ha punito il rivale spagnolo, ha premiato il giovane rivale italiano. Aggiungo, e con me concorda Pier Bergonzi, che Contador si è concesso il perfido lusso di stabilire chi deve essere secondo e chi terzo. Per Contador, meglio un sardo dietro di lui, che un altro spagnolo… Missione comunque andata a buon fine, invece, per l’Astana, quella del successo parziale che aggiunge prestigio sia ad Aru che alla squadra, sempre all’attacco, sempre a ranghi compatti, dall’inizio alle fasi cruciali della corsa.

Quanto psicologicamente importante sia stata per Aru questa vittoria, in una delle tappe più spettacolari del Girum 2015, lo dimostra il modo con il quale ha corso gli ultimi metri prima del traguardo. L’esultanza diventa sfogo incontrollato, urla con tutto il fiato che gli resta, quasi con violenza sferza l’aria davanti a sé col pugno destro, e il suo grido che mischia felicità, rabbia, stress arriva fino in cielo, sotto il maestoso Cervino impannucciato di nuvole. Un trionfo disperatamente inseguito per diciannove tappe, che lo riporta in seconda posizione, dietro Contador, a scapito del compagno Landa. I corridori che scalano le montagne sono spesso come gli alpinisti per natura introversi, per forza individualisti, soprattutto inclini alla fuga. La bici sulle pendenze diventa strumento ostile, bisogna domarla, liberarla dai fardelli della gravità. I corridori sulle pendenze lottano non solo contro gli avversari ma contro se stessi. Ogni pedalata è sofferenza, è memoria di sacrifici, di doveri, sovente di gerarchie: “Non ho mai avuto niente di facile nella vita”, ha confessato Fabio, “a cominciare da quando andavo a scuola e dovevo fare venti viaggi al mese. Ho preso la maturità classica e tre giorni dopo ero già ad allenarmi lontano da casa, lontano dalla famiglia. Nel mio caso, è stata una scelta di rinunce, di sacrifici, di libertà limitate dalla disciplina sportiva…”. Aru è ragazzo colto, intelligente, consapevole che la testa, il raziocinio, nel ciclismo esasperato di oggi, è fondamentale: “So che devo ancora migliorare molto, e che continuo a fare qualche errore. Contador è un maestro del ciclismo, e io sto imparando parecchio da lui…”. Fabio dice cose da corridore antico: parl di coraggio che ogni ciclista ha. Il coraggio di correre sempre avanti, all’attacco. Ma anche il coraggio oscuro di chi, abituato a vincere, resta dietro, in fondo al gruppo. A soffrire. A sperare di ritornare prima o poi in prima fila…

Oggi Aru è tornato il primo degli altri, dietro l’ineffabile Alberto Contador che ha lasciato sfogare l’Astana – in fondo, per quasi tutta la tappa, hanno lavorato per lui…- e che nel finale ha evitato sforzi inutili: la classifica, vista da Contador, è un baratro. Aru e Landa hanno rispettivamente 4’37” e 5’15” di ritardo. La maglia rosa ha già vinto il Giro, senza avere vinto sinora una tappa. Se tanto mi dà tanto, il sigillo del padrone potrebbe essere apposto sul colle del Sestriere, magari transitando per primo all’altro colle, quello delle Finestre, che è anche Cima Coppi, ossia il punto più elevato del tracciato di quest’anno. Almeno, è la mia interpretazione dei sorrisi sornioni dispensati dopo aver concluso la tappa da El Generoso: oggi Contador merita questo epiteto: non ha egemonizzato la corsa, ha lasciato via libera non solo ad Aru ma all’amico Ryder Hesjedal e al giovane danese Steven Kruijswijk. Chi ha guadagnato, tra i due, è il canadese Hesjedal, risalito dal nono al settimo posto. Per colpa sua, Steve scende dall’ottavo al nono. Damiano Caruso era settimo, oggi è ottavo. I distacchi sono come scolpiti nella pietra, scalpellati dal duro puntello di El Dominator. Per capirci, il quinto – Leo Konig dalla ceca Moravska Trébova – è nello sprofondo dei 10 minuti e 47 secondi. Il colombiano Carlos Bétancur, ventesimo, sta a un’ora 10 minuti e 46”!

E arriviamo all’etiope Tsgabu Gebremaryam Grmay. Non soltanto si sta diffondendo una febbre virale nel web, da Twitter a Facebook, ai siti di ciclismo. Oggi la Rai gli ha dedicato un servizio, lo ha cioè consacrato tra i personaggi di questo Giro. Tsgabu è davvero telegenico. Il suo sorriso “buca” il video, i suoi occhi sono pieni di allegria, nonostante la fatica quotidiana. Ha ribadito la sua ferrea volontà di arrivare a Milano, “perché per me è una grande corsa, e sono tanto contento di stare qui, con tutti questi campioni. Un giorno sarò anch’io un buon corridore, per adesso devo solo stare a guardare come lavorano gli altri”. Mi ha confidato, Tsgabu, che il sogno ancora più grande è quello di partecipare al Tour de France, dopo aver naturalmente saggiato le proprie capacità al Giro d’Italia. Sa che ogni giorno, a Macallé, suo padre e suo fratello stanno incollati alla tv per seguire il Giro. A due giorni dalla fine sono rimasti in 164 (si è ritirato Enrico Battaglin, pettorale numero 33) ed è caduto al chilometro 217 lo sloveno Luka Mezgec che ha riportato escoriazioni e contusioni al gomito e all’anca ma è giunto lo stesso a Cervinia, ultimo a 57 minuti e 14”.

Tsgabu si è piazzato 76esimo, a 38 minuti e 55”, preceduto dal neozelandese Sam Bewley e dall’australiano Luke Durbridge dell’Orica GreenEdge che lo hanno facilmente battuto nello sprintino sul traguardo; tuttavia, il giovane macallino si è permesso nel finale di staccare i compagni di squadra Manuele Mori e Diego Ulissi che si sono classificati subito dopo di lui, ma a 45 secondi. Ci scherzeranno sopra. Quel che conta è che Grmay resiste all’89esimo posto della classifica generale, non più ex-aequo. Sta a tre ore 42’ 01” dalla maglia rosa, di cui precede il gregario Manuele Boaro. Ma Pieter Weening che a Verbania gli stava dietro, con lo stesso tempo, l’ha sorpassato e adesso ha due minuti e 28 secondi di vantaggio. Piccole cose, ma per un apprendista girino, sono le piccole cose di una grande avventura.