Amazon cambia strada. Dopo avere per anni pagato le tasse nel paradiso fiscale del Lussemburgo dove ha il suo quartier generale, la società, a partire dal 1° maggio, ha deciso di versare quanto deve a Gran Bretagna, Germania, Spagna e Italia. La società di Jeff Bezos che ha deciso di rispondere in questo modo alla decisione della Commissione europea che ha aperto un’indagine per verificare se Amazon ed Apple abbiano ricevuto un aiuto di Stato per le tasse versate rispettivamente in Lussemburgo e Irlanda.

“Revisioniamo con regolarità la struttura del nostro business in modo da servire sempre meglio i nostri clienti”, ha dichiarato un portavoce della società al New York Times sottolineando come l’operazione sia partita in realtà un paio di anni fa.  Secondo i dati relativi al 2013 Amazon in Europa ha registrato una crescita dei ricavi del 14%, passando da 13,6 a 15 miliardi di dollari.

Il tributarista Tommaso Di Tanno, fondatore dello Studio Legale Tributario Di Tanno e Associati, è però scettico. Di Tanno sostiene infatti che “queste società hanno sempre pagato le tasse in Italia ma sulla base di un imponibile da loro determinato”. In questo modo nel 2012 Amazon ha versato tributi per circa 950mila euro, Facebook poco meno di 132mila e Google 1,8 milioni a fronte di ricavi ben più superiori. Questo perché non esisteva una “stabile organizzazione” aziendale, elemento che avrebbe fatto scattare l’imposizione fiscale valida per tutte le aziende. Elemento che però “Amazon non ha detto di possedere”. Quindi “per ora siamo ancora al livello di una dichiarazione generica”.

E così non si elimina la necessità di una normativa più stringente che colpisca i grandi nomi dell’high tech per i quali la definizione di “stabile organizzazione” che risale agli anni Venti non è più attuale. Anche perché, insiste il tributarista, “non ci si può affidare alla generosità di Amazon”. Di opinione diversa invece Marco Gambaro, professore associato presso il dipartimento di Scienze economiche aziendali e statistiche dell’Università statale di Milano, secondo cui si tratta di “buona notizia che può rappresentare l’inizio di un nuovo contesto”.

Le pressioni del governo Usa e della Ue per la limitazione del dumping fiscale, osserva, stanno convincendo le aziende a portare verso un grado accettabile questo tipo di situazioni. Rimane comunque necessario “andare verso un’armonizzazione delle situazioni fra i vari Paesi” in modo da limitare la possibilità per le aziende di sfruttare i buchi della legislazione.

Sulla decisione di Amazon può avere pesato anche la mossa della Gran Bretagna, che lo scorso anno aveva annunciato il varo di una nuova tassa, entrata poi in vigore ad aprile. Prevede un prelievo del 25% degli utili generati da una società nel Regno Unito, indipendentemente da dove si trovi la sede centrale della multinazionale, contro il 21% applicato normalmente in Uk.

“Visto che alle aziende offriamo una tassazione tra le più basse al mondo, ci aspettiamo che paghino”, aveva dichiarato il Cancelliere dello scacchiere George Osborne. Bezos ha recepito il messaggio e da qualche giorno gli 8,3 miliardi di euro realizzati da Amazon grazie ai clienti britannici sono registrati dalla filiale locale e non più da quella lussemburghese. Come, invece, è avvenuto negli 11 anni precedenti.