“Il modello della radio in fm sta diventando vecchio, ma non lo dico io, lo dicono i dati. Tutte le radio perdono ascolti e i contenuti finiscono sempre più spesso in rete. Oggi gli utenti vanno sul web per ascoltare in maniera selettiva quello che vogliono”. A parlare è Alessio Bertallot, voce incisa nelle tracce mentali di chi, a partire dalla metà degli anni novanta, ascoltava la radio per trovare musica di qualità, diversa da quella imposta al grande pubblico dal mercato musicale. Dal 1996 al 2010 ha condotto “B-Side” su Radio Deejay, l’esperienza radiofonica è continuata poi su Radio Due, con Raitunes fino al 2013, quando il programma è stato interrotto. Lui non si è perso d’animo e nel settembre del 2013 ha iniziato una nuova avventura: CasaBertallot. Si è buttato sulla rete, cercando di giocare un ruolo nuovo, ancora una volta giocando la carta dell’innovazione, un’attitudine che gli era già valsa il Premio Flaiano nel 2012.

Ci racconti quell’inizio: “Nel settembre di quell’anno abbiamo deciso di fare una cosa continuativa, un radio show, due volte alla settimana, il lunedì e il giovedì, utilizzando la piattaforma di spreaker (che è una piattaforma di streaming solo audio). È la nuova radio. Il grosso cambiamento è stato quello di rivolgersi esclusivamente al pubblico del web, cambiano i modi ma la cultura del fare radio rimane sempre quella lì. Il rapporto con il pubblico è più stretto, l’impresa è totalmente nella responsabilità dell’imprenditore, quindi tutto è più difficile e complicato, ma tutto è più libero e indipendente”. Dall’inizio di aprile di quest’anno Casa Bertallot ha inaugurato una nuova fascia oraria, con nuove puntate in diretta tutti i giorni alle 21.30 e rinnovato la programmazione musicale organizzandola in quattro mood giornalieri che tengono conto dello spirito della mattina, del pomeriggio, della sera e della notte. Un bel salto per una piccola web-radio che ha iniziato con una campagna di crowdfounding.

Oggi è sostenibile un progetto come quello di Casa Bertallot?
Ovviamente non si può vivere solo di crowdfounding , secondo me bisogna trovare modelli di business che funzionano e adesso è molto difficile trovarli. Diciamo che anche in questo caso quelli che ho trovato io sono modelli direttamente legati alla credibilità del mio nome, quindi è difficile  partire da zero facendo impresa in questo senso. Ti aggiungo una cosa: tu hai detto che sono sempre stato un innovatore, in Italia basta fare una cosa per essere innovatori, è il non far niente che è lo standard. Rimanere statici sempre sulle stesse idee.

E’ molto critico.
Si, non capisco perché se ho avuto le palle di rischiare io, non le hanno tutti: io non sono un eroe”.

Però è vero che lei si è trovato nella condizione di doverlo fare.
Si ma in tutte le occasioni che mi sono capitate ho evitato di sedermi sulle occasioni che mi sono capitate… anche quando Radio Deejay mi ha offerto un programma musicale alla sera io non ho fatto quello che si aspettavano tutti su una radio mainstream: ho fatto la musica figa, è stato un rischio e ha funzionato”.

Oggi come sceglie la musica da suonare?
C’è un parametro culturale, che ti fa stare attento alle zone musicali più attive e, quelle che producono più idee, allora tieni d’occhio certe etichette, certe zone metropolitane e sai che da lì arriveranno cose interessanti, orizzonti che guardi tutte le mattine per vedere quello che succede. L’altro parametro è puramente emotivo e soggettivo. Spesso suono d’istinto quello che piace a me. Non sto a cercare quello che potrebbe piacere al pubblico, altrimenti sarebbe castrante. Cerco sempre di variare ma tenendo presente quello che d’istinto piace a me, tenendo sempre l’attenzione sulla timbrica della musica per fare delle playlist coerenti fra di loro”.

Che musica si addice alla Milano di oggi?
Milano musicalmente non è una città che ha una grande identità musicale, ha molti musicisti ma non è direttamente collegabile ad un genere… cerca di essere internazionale ma non è un melting pot come Londra. Se devo pensare ad un genere continuo a pensare al rock indie italiano che qui ha delle radici importanti, e forse esprime qualcosa che è frutto dell’ispirazione del posto. Milano è provincia dell’impero ma meno male che esiste, è forse l’unica porta italiana sull’internazionalità.

Chi è il tuo pubblico di oggi, come è cambiato?
Difficile definirlo precisamente, il pubblico è cosi grande che non riesci ad abbracciarlo con un’unica definizione. Il pubblico assomiglia a quello che avevo quando ho iniziato, mediamente studenti, con una preparazione culturale più alta del pubblico mainstream, curiosi, interessati all’estero, musicalmente sensibili… In alcuni casi il pubblico di oggi è quello di allora che è cresciuto mantenendo l’interesse. Poi ci sono la seconda e la terza generazione di ascoltatori che assomigliano alla prima, sono giovani che hanno voglia di approfondire.

Internet killed the radio stars?
Internet credo che abbia avuto per i sistemi vecchi l’effetto di una guerra nucleare. Ci siamo svegliati un giorno in cui c’era tutto ma tutto frammentato e non più organizzato secondo i vecchi sistemi… questo ha creato disorientamento e una superficialità all’approccio ai contenuti perché la frammentazione significa proprio il disfacimento delle categorie culturali: se prima era più comodo entrare in un negozio di dischi e orientarsi per categorie musicali, a un certo punto la possibilità di accedere agli stressi contenuti andando a pescare in infinite grandi scatole che ti facevano scaricare un file gratis ma senza più le relazioni culturali che aveva quel pezzo in quel disco, in quel momento storico, con quegli artisti… ha fatto sì che si perdesse anche l’amore per la musica perché tutto ciò che è facile diventa di poco valore… bisogna resistere e vedere dopo questo brodo primordiale quali categorie verranno ricostruite. La speranza è che si costruiscano categorie culturalmente valide e che la gente torni ad avere amore per la musica perché se ha amore per la musica non farà fatica a pagare per la musica perché gli sembrerà una cosa corretta. La direzione è questa, ci sono segnali per cui si va verso gentrification dei contenuti visti come anarchici e caotici nel web, questo secondo me positivo ma nessuno avrà visione filosofica tale da ricostruire la rete di informazioni che fa sic he la musica venga percepita come cultura e alla fine ci guadagneranno quelli che hanno già soldi”.

Un finale nero. Nessuno spiraglio di luce?
Diciamo che questo momento mi fa venire in mente la fine 70 all’inizio 80, con il passaggio dalle onde medie alla modulazione di frequenza, con le radio private che per certi aspetti hanno aggiunto della creatività al sistema, ma dopo un certo periodo questa cosa entra in una fase involutiva… e ogni tanto una rivoluzione, un calcio al sistema con le conseguenza positive e negative, ci vuole.