Cara A.,

come vedi, alla fine ti rispondo. Con colpevole ritardo. Ma lo faccio. E lo faccio pubblicamente. Come mi hai chiesto tu.

“Parlane, scrivine. Il più possibile”.

Come sai, cara A., siamo d’accordo quasi sempre su tutto. Ma su questo abbiamo posizioni diverse.

Mi hai raccontato di esserti presa appositamente un giorno di ferie. Sei salita su un treno e sei andata in una città umbra (perdonami se non ricordo quale, ma è passato parecchio tempo da questo episodio), perché sapevi ci sarebbe stata una “manifestazione” (sarà questo il termine adatto?) delle Sentinelle in piedi.

Sul loro sito, spiegano di essere “una realtà nuova negli schemi di sempre… Non siamo un’associazione, non abbiamo uno statuto, ma siamo un popolo formato da tanti io che desiderano seguire la verità“.

Però. Sarai d’accordo, cara A., un progetto ambizioso mica da ridere.

Mi hai detto che era una giornata fredda. Che vi eravate mobilitati in rete chiedendo una massiccia presenza per dimostrare la vostra indignazione.
Loro erano “tanti, almeno un centinaio”. Voi solo in sette. Questa cosa ti ha umiliata più della loro intolleranza.
“Solo in sette, Gabriele! Ma ti rendi conto? Possibile che non freghi niente a nessuno?”.

Rispetto moltissimo il tuo impegno, cara A. e te l’ho detto.
Ma ti ho detto che avevi fatto male ad andare e questa cosa ti è dispiaciuta tantissimo.

Sbaglio sicuramente, cara A., però ho pensato che le contestazioni, per quanto civili e festose, abbiano dato a questi “cercatori di verità” un’enorme visibilità.

Sul loro sito pubblicano le loro prossime “manifestazioni”: solo questo fine settimana sono in 87 città. E’ molto facile, cara A., che tu non legga una riga su di loro. A meno che non ci sia qualcuno a contestarli.

Capisco che nel 2015 qualcuno che, fingendo moderazione, in realtà, non solo vuole importi il suo stile di vita, le sue idee ma giudica le tue come sbagliate, sia qualcosa che a persone per bene come te, A., risulti intollerabile.

E che l’intolleranza, lasciata nell’indifferenza, non ha mai prodotto buoni frutti.

Allora che fare, mi chiedi, cara A. Sarò di parte. E sarà banale. Ma non c’è niente di più efficace di una sana dose di ironia, sarcasmo, satira.

Magari disponendosi, faccia a faccia, nella loro gerarchica posizione, con altri libri in mano. In modo che possano leggere bene le copertine. L’idiota di Dostoevskij. Diario di un fallito di Limonov. E, perché no, Il metodo antistronzi di Sutton.

O, come ha fatto il geniale ragazzo che, silenziosamente, si è affiancato loro a Bergamo, vestito da nazista dell’Illinois.

Perché questo sono: maschere. Maschere tristi, per carità. Che, come molte maschere inquietano. Mettono anche paura, come dici tu A. Ma quando una cosa diventa macchietta diventa innocua.

E a noi non resta, cara A., di aspettare il momento in cui, per ridicolizzare una “manifestazione” senza senso, qualcuno, silenziosamente, si maschererà da sentinella in piedi.