La risposta è sempre la stessa, da tre anni a questa parte: “No, i soldi per la ricostruzione non li abbiamo ancora visti”. L’azienda di Maria Nora Gorni, presidente di Ri.Mos biomedicale, realtà produttiva con sede a Mirandola, specializzata nella produzione di dispositivi monouso per ginecologia, ostetricia, fecondazione assistita, mesoterapia, biopsia e medicazioni avanzate, fa parte di quell’80 per cento di imprese che aspetta ancora di ricevere i fondi stanziati dallo Stato dopo i terremoti che a maggio 2012 devastarono l’Emilia Romagna, parte del Veneto e della Lombardia. Secondo un sondaggio condotto tra il 25 marzo e il 15 aprile dal portale del distretto biomedicale regionale, collegato alla rivista La plastica della vita, infatti, appena il 20 per cento delle realtà produttive del Polo di Mirandola, fiore all’occhiello italiano ed eccellenza europea che ha chiuso in attivo (export è cresciuto del 9,7% nel 2014), duramente colpito dai fenomeni sismici di tre anni fa, ha ricevuto il denaro pubblico previsto per la ricostruzione. “Tutti gli altri – spiega Gorni – si sono dovuti arrangiare”.

A dipingere il quadro della ricostruzione nella bassa modenese sono i numeri: se allo studio hanno aderito l’84,5% delle grandi e piccole aziende, fornitori e sub fornitori che formano il distretto da 4.000 addetti ai lavori, e che rifornisce ospedali e cliniche in tutto il mondo, oltre che in tutta la penisola, solo il 16,4 per cento delle realtà produttive ha già ricevuto i fondi dello Stato. Per il 25,4%,invece, la procedura imbastita dalla struttura commissariale emiliano romagnola, guidata prima dal governatore Vasco Errani e poi dal suo successore, il democratico Stefano Bonaccini, si è conclusa, e tuttavia le risorse non sono ancora state erogate.

Per le restanti aziende del Polo emiliano, poi, la strada è ancora più lunga. Il 32,7% delle realtà inserite nel distretto biomedicale, infatti, è ancora alle prese con la burocrazia, mentre il 25,4%delle aziende mirandolesi l’istruttoria non l’ha nemmeno iniziata. E più che per mancanza di volontà, per via delle difficoltà incontrate nell’ottemperare a tutti i requisiti previsti dal “sistema ricostruzione”.

“Noi ritardi simili non ce li saremmo mai aspettati – racconta Gorni, che ha dovuto ricostruire la sua azienda daccapo dopo che il terremoto l’aveva praticamente rasa al suolo – ed è inaccettabile, perché il biomedicale è stato colpito molto duramente dal sisma”. Sempre secondo il sondaggio, infatti, il 34,5% delle aziende modenesi del distretto ha subito danni “gravissimi” in seguito alle scosse, ma non in tutti i casi ciò che è andato distrutto verrà risarcito pienamente: se per il 27% delle aziende intervistate, infatti, i rimborsi saranno al 100%, per il 52,7% saranno parziali, e per il 20% i danni non sono risarcibili. Per quanto riguarda le tempistiche, poi, il rimborso è stato chiesto “da tempo” dal 60% delle imprese, “recentemente” dal 12,7%, il 18,2% non ha intenzione di chiederlo e il 9,1% non è ancora riuscito a presentare domanda.

“In pratica siamo sopravvissuti perché il biomedicale ha una caratteristica che lo differenzia dagli altri settori, cioè non è in crisi – sottolinea Gorni – e questo ci ha salvati, assieme all’export, che infatti, nonostante i ritardi accumulati dalla Regione nell’erogare i contributi per la ricostruzione, è cresciuto del 9,7% nel 2014. Ma basta fare un giro nelle altre aziende del territorio, dalla meccanica all’abbigliamento, per vedere quanto sia difficile la situazione qui in Emilia”.

A quasi tre anni dai terremoti, la lista di ciò che resta da fare è ancora lunga. E se l’assessore regionale alle Attività produttive, Palma Costi, garantisce che “la ricostruzione sta procedendo, le imprese sono tornate tutte nelle loro sedi”, c’è chi, dati alla mano, si trova a dissentire. “Ciò che siamo riusciti a fare l’abbiamo fatto con le nostre forze, nel mio caso rivolgendomi alle banche – spiega Gorni – i rimborsi? Non so quando arriveranno. Le tasse? Questo è il primo terremoto dove le imprese sono costrette a indebitarsi con gli istituti di credito per versare le imposte, che lo Stato ha rimandato, non condonato, nemmeno di un euro”.

E poi c’è il nodo della burocrazia. Il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini aveva promesso, prima di essere eletto, che avrebbe semplificato l’iter per accedere ai contributi post sisma. Una voce inserita in programma elettorale, alla dicitura “obiettivo burocrazia zero”. “Ma io non ho visto alcuna differenza”, precisa Gorni. Un’opinione condivisa dai 110 tecnici emiliano romagnoli – architetti, ingegneri, geometri – che nei giorni scorsi hanno scritto una lettera ai Comuni e alla Regione per denunciare proprio la macchinosità dell’iter burocratico necessario per ricevere i fondi pubblici. “Il sistema si sta avvitando su se stesso per un eccessivo ricorso al controllo burocratico, che porta all’aumento dei tempi di evasione delle pratiche. Di questo passo ci vorranno anni per ricostruire tutto”.