Il decreto sulle banche popolari e il tentativo (per ora in stallo) di intervenire sui crediti deteriorati in pancia agli istituti piacciono molto a Mediobanca. Il cui amministratore delegato Alberto Nagel, presentando agli analisti finanziari i risultati trimestrali del gruppo, si è detto “impressionato in positivo” dalle misure del governo Renzi, che ha mostrato un “atteggiamento pragmatico e non ideologico ai problemi strutturali dell’industria bancaria”. Tanto che il numero uno di Piazzetta Cuccia auspica che gli interventi varati finora siano solo l’inizio e ne seguano molti altri in grado di “avvicinare progressivamente ma più velocemente del previsto l’Italia alla media” degli altri Paesi su questo tema. In particolare dopo le iniziative sulla creazione di una bad bank all’italiana, al momento in stallo perché la Commissione europea sta valutando il rischio aiuti di Stato, Nagel spera in un “accorciamento delle procedure fallimentari in termini di tempistica e di recupero dei crediti”. Si tratta della riforma, anticipata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che dovrebbe ridurre i tempi del contenzioso: un altro modo per rendere più attraente l’ingresso di investitori privati nel mercato dei “non performing loans”.

Mediobanca, che si prepara a cedere le partecipazioni in Pirelli e Telecom, ha chiuso il primo trimestre 2015 registrando il risultato migliore degli ultimi cinque anni: l’utile netto è salito a 205 milioni contro i 100 del periodo ottobre-dicembre 2014. I primi nove mesi dell’esercizio 2014-2015, che si chiuderà il 30 giugno, hanno fatto segnare un utile di 466 milioni, in crescita del 18 per cento, grazie all’aumento del margine di interesse (+4%) e delle commissioni (+31%). Sempre tra settembre 2014 e marzo 2015 il gruppo ha restituito alla Banca centrale europea 5,5 miliardi ricevuti nelle vecchie aste di liquidità, rimborso però compensato dai nuovi fondi (5,1 miliardi) ottenuti nell’ambito della nuova operazione di rifinanziamento a bassi tassi di interesse varata dall’Eurotower lo scorso autunno. Nello stesso periodo le rettifiche di valore su crediti si sono ridotte da 460 a 410 milioni, come risultato di un calo sia delle attività deteriorate sia delle sofferenze nette. Le prime sono scese del 14%, a 1,17 miliardi, mentre le sofferenze sono diminuite del 10%, a 265 milioni.

Al contrario è calato da 340,4 a 233,2 milioni l’apporto delle società partecipate. E’ il risultato sia del minor contributo delle Assicurazioni Generali, sceso da 173,7 a 133,7 milioni a causa delle svalutazioni che hanno impattato sui risultati 2014 della compagnia, sia della flessione degli utili dalla vendita di quote azionarie. Nei primi nove mesi dello scorso esercizio erano stati 219,8 milioni, mentre ora si fermano a 116,5 milioni. Per quanto riguarda Generali, di cui Piazzetta Cuccia ha il 13,2%, Nagel ha frenato sull’ipotesi che nello statuto della compagnia venga introdotto il voto plurimo, che avvantaggerebbe i soci di lungo periodo e a cui si sono detti favorevoli gli altri azionisti De Agostini e Caltagirone. Sul tema, ha detto Nagel, bisognerà confrontarsi con gli investitori istituzionali (a partire da Blackrock, terzo azionista del Leone di Trieste con il 2,6%) che sono tendenzialmente contrari al raddoppio del peso di azionisti che non investono capitali freschi nelle aziende.

Quanto alle altre partecipazioni, Nagel ha anticipato che tra luglio e settembre Mediobanca cederà la sua quota in Pirelli, di cui si apprestano a diventare soci di maggioranza i cinesi di ChemChina. L’ad ha poi confermato l’intenzione di cedere entro l’autunno la quota in Telecom Italia ora detenuta attraverso la “scatola” Telco, che dovrebbe sciogliersi entro il 30 giugno e di cui la banca avrà a quel punto l’1,64 per cento. Nel frattempo nell’azionariato entrerà la Vivendi di Vincent Bollorè, azionista della stessa Mediobanca, che secondo l’ad di Piazzetta Cuccia “consentirà a Telecom una strategia di lungo termine più costante proprio perché assecondata da un azionista stabile”. Sul fronte Rcs, invece, la cessione del residuo 6% dell’editrice del Corriere della Sera dipenderà dal valore del titolo in Borsa: “Al di sotto di un certo livello non abbiamo premura di cedere i titoli, al di sopra completeremo” la vendita, ha spiegato Nagel.