Valgono più cinque arresti e nove feriti di una vittoria storica. Purtroppo. Perché un gol è solo calcio, anche se importante per una squadra che lo aspettava da decenni. Il resto no. Così il successo del Torino, che ricolora di granata il derby della Mole vent’anni dopo l’ultima volta, scivola in secondo piano. In prima pagina finiscono gli scontri fra ultrà (meglio non chiamarli tifosi): i sassi contro il pullman della Juve, la bomba carta sugli spalti, i fatti di cronaca.

Delle reti di Darmian e Quagliarella, eroi granata oscurati dalla violenza, della squadra di Ventura che entra di diritto nella storia del Torino, si può parlare solo il giorno dopo. Anche con un filo d’imbarazzo, nel timore d’esser fuori luogo dopo una domenica da dimenticare. Eppure questi ragazzi, quest’allenatore, questa società lo meriterebbero. Perché battere la Juventus, ad un passo dal quarto scudetto consecutivo, semifinalista di Champions e finalista di Coppa Italia, di questi tempi è un’impresa. Tanto più a Torino, dove il derby sembrava quasi stregato negli ultimi anni. Con la dea Fortuna sempre dalla parte dei più forti e dei più ricchi, mai degli audaci. Come all’andata, con quel gol di Pirlo al 90’ a vanificare la prodezza di Bruno Peres. O nel 2007, con il gol di Trezeguet in dubbio fuorigioco. O nel 2013 e nel 2014, con sconfitte maturate sempre in maniera bruciante, con reti allo scadere oppure irregolari. Stavolta no. Stavolta il palo ha aiutato due volte i granata e il loro portiere Padelli. Ma se l’è meritato il Torino, per come ha giocato ieri e soprattutto negli ultimi due anni.

La storica vittoria nella stracittadina è la ciliegina sulla torta di due stagioni straordinarie. Questo Toro è secondo solo a quello degli scudetti, all’altezza forse della squadra di Emiliano Mondonico, che sfiorò la Coppa Uefa nel ’92. Il paragone regge perché la formazione di Ventura è riuscita a tornare in Europa, dove non è stata comparsa ma protagonista. E adesso anche a riconquistare il derby, 20 anni e circa 20 giorni dopo l’ultimo successo firmato nel ’95 da Ruggiero Rizzitelli. I meriti di Giampiero Ventura sono enormi e sono doppi, perché in ‘provincia’ ripetersi è ancor più difficile che sorprendere. Tante squadre medio-piccole, nel recente passato, sono sprofondate dopo l’exploit di una stagione. L’Empoli nel 2008, passato dalla Coppa Uefa alla retrocessione, o la Sampdoria nel 2010, dai preliminari di Champions alla Serie B. Non il Toro, testardo e coraggioso. Capace anche di digerire la cessione della coppia d’oro ImmobileCerci, di ripartire con umiltà dal basso per tornare (o meglio restare) in alto. A quota 47 punti, davanti a Inter e Milan, a sole tre lunghezze dal sesto posto. Bissare la qualificazione in Europa è possibile. Ma la prima pagina se la sono presa i violenti, torinisti o juventini poco importa.

Lo spettacolo di colore e civiltà del derby di Milano aveva illuso: quella è l’eccezione, per il calcio italiano. Siamo tornati subito alla normalità, con un’altra stracittadina e i soliti scontri. Del resto a mille chilometri e due categorie di distanza andava in scena lo stesso identico copione: in Puglia derby fra Martina Franca e Lecce in Lega Pro, disordini in piazza in città, auto vandalizzate, cariche dei poliziotti. La settimana nera del tifo italiano non è mai finita. Poi quando anche i giocatori danno il cattivo esempio (vedi il caso DenisTonelli a Bergamo, con l’attaccante dell’Atalanta che ha rotto il naso negli spogliatoi all’avversario) il quadro è davvero completo. Quasi che per il pallone non ci fosse spazio, a volte, nel nostro calcio. È stato un derby della Mole a due facce, bello e storico sul campo, ordinariamente violento fuori. Peccato che verrà ricordata solo quella più brutta.

Twitter: @lVendemiale