Neanche il tempo di scambiarsi i convenevoli che sono già partiti i titoli di coda. Tanto è durata la favola di Tidal, l’avventura voluta da Jay Z e che, sulla carta, avrebbe dovuto mettere nel sacco Spotify e riportare la musica ai musicisti. Mai, a memoria d’uomo tecnologico, si era vista una bolla sgonfiarsi tanto velocemente, neanche ai tempi di Pono, cioè pochi mesi fa, quando a mettersi sul mercato dei supporti per ascoltare musica si era buttato nientemeno che Neil Young, l’uomo che ha insegnato come accendere un distorsore alla scena grunge.

Andiamo con ordine. Poche settimane fa, il 30 marzo, Jay Z e un numero impressionante di suoi colleghi, tutta gente di prestigio, da dischi di platino e vette delle classifiche conquistate a ogni uscita, si sono presentati al mondo con un nuovo progetto per ascoltare musica in streaming, Tidal. O meglio, hanno ripresentato al mondo Tidal, che già esisteva, sotto altra forma. Il tutto in un evento, ripreso in video e spammato in tutti i siti del pianeta terra, in cui si vedeva tutti questi artisti riuniti non per promuovere una qualche raccolta benefica, alla USA for Africa o Band Aid, ma loro stessi. Tidal, infatti, è un progetto che, partendo dagli artisti, avrebbe tagliato alcuni passaggi della filiera, consentendo ai musicisti di guadagnare più che con Spotify e Youtube (che non è un canale che offre un servizio di streaming, lo sappiamo, ma svolge suppergiù la medesima funzione, sempre regalando quattro spicci a autori e cantanti). Chi c’era al fianco del noto rapper e produttore americano? Davvero un sacco di gente, da Nicki Minaj a Beyoncé, che per la cronaca di Jay Z è anche moglie, passando per Jack White, Kanye West, Daft Punk, Arcade Fire, Rihanna, Usher, Calvin Harris, Chris Martin dei Coldplay Deadmau5, Madonna, J.Cole e una più volte evocata Alicia Keys. Insomma, fosse stato un album avrebbe davvero fatto il botto. Invece.

Tutto era cominciato a febbraio, quando Jay Z ha tirato fuori cinquatasei milioni di dollari per comprare la compagnia svedese Aspiro, fornitrice dei servizi di streaming musicale WiMP e Tidal. Scopo di quest’ultima, sin dal suo nascere, proporre un servizio di streaming musicale con una qualità superiore alla concorrenza. In sostanza, invece che basarsi solo sugli MP3, come Deezer o Spotify, tanto per citare i diretti concorrenti, Tidal avrebbe offerto file FLAC, decisamente migliori in quanto a resa. Oltre a questo, ovviamente, essendo in questa avventura coinvolti così tanti artisti, presenti come azionisti, non solo come testimonial, ci sarebbero stati, questo promettevano durante l’evento di lancio, anche tutta una serie di esclusive rivolte agli abbonati. Sì, perché a differenza di Spotify, per dire, Tidal non prevede una versione free. Per accedere ai servizi di streaming ci si deve per forza abbondare, con due possibilità, quella basic, a 9 dollari e 90, vera novità della gestione Jay Z, e quella già presente in Aspiro detta premium, a 19 e 90. La versione basic, e qui già in molti hanno alzato il sopracciglio, è praticamente identica, anche come resa qualitativa a quella gratuita offerta da Spotify, mentre in quella premium subentra l’utilizzo dei FLAC e i benefits di cui sopra.

Subito, però, in molti si sono posti dei quesiti non certo filosofici. Oggi come oggi, è un fatto, la musica viene ascoltata prevalentemente con supporti non nati per questo scopo, dagli smartphone ai pc, passando per i tablet. Tutti supporti non muniti, in genere, di casse adeguate, e tendenti a comprimere la musica. Ha quindi senso fornire un supporto migliore i cui effetti, a ben vedere, si perdono una volta acquistati? Altra domanda che in molti tra gli addetti ai lavori si sono posti è, ha senso in un momento come questo, in cui la gratuità della musica, e non solo della musica, è considerato un dato di fatto, chiedere un abbonamento per avere quel che in altri modi è possibile avere senza sganciare un dollaro? Ancora un’ultima domanda, forse una penultima, il fatto che gli artisti arrivino a guadagnare fino al doppio che con Spotify e affini interessa anche minimamente il pubblico? Nei fatti sul momento tutti hanno dato grande rilievo al rilancio di Tidal. In Italia, per dire, si è cominciato a parlare insistentemente di chi avrebbe mai potuto guidare gli artisti di casa nostra in una iniziativa del genere, indicando in Jovanotti il nostro ipotetico Jay Z. Poi, però, i primi giorni sul mercato hanno sancito per Tidal un flop senza precedenti. I tanti nomi coinvolti non hanno fatto da volano all’operazione, anzi, in molti hanno guardato a tutti quei milionari come a chi non vuole far altro che trovare un modo per guadagnare dalla musica senza passare dalle case discografiche (per altro verità a metà, poco generosa nei confronti di chi, in realtà, è decisamente penalizzato dall’idea stessa di streaming musicale).

Segno del declino, veloce e irreversibile, l’abbandono della nave da parte del CEO, Andy Chen, già il 19 aprile, dopo pochi giorni dal lancio dell’operazione. Chiaramente, nell’annunciare l’avvicendamento con il nuovo CEO, Peter Tonstad, ex amministratore delegato di Aspiro, il portavoce ufficiale di Tidal ha sottolineato come di cambio in meglio si tratta, ma un così repentino passaggio di consegne non lascia presagire niente di buono in nessun tipo di azienda. Ma la vera domanda che si sarebbero dovuti porre diretti interessati, investitori e anche semplice pubblico da casa è: potrà mai avere successo un servizio di streaming che non veda tra i suoi promotori Taylor Swift? Lei, che in maniera eclatante ha lasciato Spotify, e nonostante questo ha portato a casa il record di album venduti nel 2014 col suo 1989, sembra davvero avere un fiuto unico per gli affari e avere una capacità tutta unica di gestire i metodi di fruizione del suo catalogo. Il fatto che se ne sia tenuta a debita distanza avrà pur voluto dire qualcosa, no?