I miracoli non sono di questo mondo e la riprova è arrivata puntuale con il bilancio 2014 di Unipol Gruppo Finanziario. I grandi successi vantati dall’amministratore delegato Carlo Cimbri, artefice (a suo dire) del rilancio di FonSai attraverso la fusione con Unipol, non riescono a oscurare la fragilità finanziaria del gruppo bolognese. E’ una fragilità storica, che si trascina da anni e che ha portato Unipol a varare in fretta e furia una ricapitalizzazione proprio alla vigilia della fusione con FonSai. Una fragilità nient’affatto superata, come dimostra il rendiconto finanziario del 2014 da cui risulta che il nuovo gruppo “brucia” più liquidità di quanta ne produca: 2.047 milioni netti contro 1.862, per un saldo negativo di 185 milioni.

Poca cosa per un gruppo di quelle dimensioni. Tuttavia è la spia di qualcosa che continua a non andare per il verso giusto. L’attività operativa, il business assicurativo, ha generato flussi di cassa netti positivi che l’attività di investimento si è abbondantemente mangiata, assorbendo ben 1.895 milioni di liquidità. La nota dolente sembrano essere soprattutto le attività finanziarie detenute per la vendita che mostrano un saldo negativo in termini di cash flow per 3.217 milioni di euro (era negativo per 2.203 milioni nel 2013). Alle attività d’investimento si aggiunge poi il saldo negativo di quelle di finanziamento (che tra le varie voci include anche la distribuzione dei dividendi) che hanno assorbito altri 151 milioni di liquidità e si arriva così a un rendiconto finale con un saldo negativo per 185 milioni che si confronta al dato positivo di 152 milioni del 2013. Insomma, ecco spiegato con i numeri ciò che Unipol intendeva dire a marzo, in occasione dell’emissione di un nuovo prestito obbligazionario da un miliardo di euro: il gruppo emette nuovi bond, cioè fa debiti, per procurarsi liquidità. In passato diverse società italiane, anche quotate, hanno utilizzato questo sistema e per loro e i loro creditori non è andata a finire troppo bene.

Tra le note dolenti c’è Unipol Banca che – in seguito alla fusione con Banca Sai – sembra risorta a nuova vita. O meglio, sembra perdere molti meno soldi che in passato (91 milioni di rosso nel 2014 contro i circa 300 del 2013). Da ottobre a gennaio la Banca d’Italia ha condotto un’ispezione generale: in attesa degli esiti, vediamo cosa emerge dal bilancio. Innanzitutto, l’aumento di raccolta diretta ed indiretta è dovuto pressoché esclusivamente alla fusione con Banca Sai, mentre Unipol Banca ha visto ridursi la raccolta a breve termine “per effetto di significativi decrementi nei conti correnti (-443 milioni di euro) e nei time deposit (-159 milioni di euro)”. Quanto alla situazione dei crediti deteriorati, è ulteriormente peggiorata: a fine 2014 ammontavano a 3.896 milioni di euro, 720 milioni in più (+22,7%) rispetto al 2013. E qui la fusione con Banca Sai ha avuto ben poca influenza, essendo i crediti deteriorati di quest’ultima pari ad appena 171 milioni su 720 di incremento complessivo.

Ma Unipol Banca conta su una ciambella di salvataggio di tutto rispetto: il contratto di indennizzo stipulato con Ugf che obbliga la controllante a coprire il rischio di credito. E così Ugf ha esteso la copertura ad altri 192 milioni a metà 2014 e ancora a ulteriori 201 milioni di euro a fine dicembre, per un ammontare complessivo di 908 milioni contro i 517 milioni del 2013. Insomma, le esposizioni nel settore immobiliare accumulate da Unipol Banca nel corso degli anni sono un vero e proprio pozzo senza fondo. Del resto la situazione non appare facilmente rimediabile, dato che ancora oggi il grosso dell’esposizione di Unipol Banca è concentrato su 26 gruppi immobiliari per un totale lordo di 1.206 milioni di euro, di cui ben 763 milioni classificati a sofferenza, 432 milioni “in altre categorie di posizioni deteriorate”, cui si sommano 11 milioni di posizioni definite “anomale ma non deteriorate”. Nel 2013 i gruppi erano 21 (cinque in meno rispetto al 2014) per un’esposizione di 877 milioni di euro.

Quanto alla crescita del margine d’interesse (+6,1% a 219 milioni), è dovuta in gran parte alla fusione con Banca Sai, così come l’aumento delle commissioni nette (+10,7%). La fusione ha consentito di “controbilanciare l’aumento della componente passiva legata all’accordo di indennizzo” con Ugf. Insomma, il carrozzone bancario del gruppo Unipol boccheggia e resta in vita solo grazie alle continue trasfusioni di sangue da parte della capogruppo (che peraltro a giugno ha dovuto procedere alla ricapitalizzazione della banca per 100 milioni, per poi ridurlo a copertura delle perdite pregresse) e alla decisione di procedere alla fusione per incorporazione di Banca Sai a novembre. Cimbri vorrebbe partecipare da investitore al risiko bancario apportando questa “perla”: sarà molto interessante vedere chi se l’accollerà e a quali condizioni. Probabile però che le sofferenze – bad bank o no – finiremo in un modo o nell’altro con l’accollarcele noi.