È un asse compatto che rischia di diventare l’ennesimo tentativo di bavaglio per i giornalisti quello che si è formato ieri davanti alla Commissione Giustizia della Camera. Ma questa volta non sono i soliti politici a invocare la stretta sulle intercettazioni, diventato nuovamente un tema caldissimo dopo le inchieste sulle Grandi opere di Firenze – con conseguenti dimissioni del ministro dei Trasporti Maurizio Lupi – e quella di Napoli – con lo svelamento della corruzione della Cpl e la pubblicazione di intercettazioni riguardanti l’ex premier Massimo D’Alema (estraneo all’inchiesta) che ha scatenato una polemica bipartisan.

“Sanzioni per editori e giornalisti”
Edmondo Bruti Liberati e Giuseppe Pignatone, i capi degli uffici inquirenti di Milano e Roma, hanno proposto a chi li ascoltava e dovrà approntare il testo definitivo di rendere pubblicabili soltanto le ordinanze di custodia cautelare. Quindi per i due procuratori dovrebbe esserci un divieto assoluto di far finire invece nelle pagine di cronaca giudiziaria tutto il materiale che solitamente un giudice per le indagini preliminari ha a disposizione: richiesta del pubblico ministero, informative della polizia giudiziaria. Materiale che, dopo l’esecuzione, viene messo a disposizione della difesa ma che non potrà essere quindi pubblicato dai cronisti e che invece legittimamente viene reso noto dai giornalisti. La violazione di questo precetto non dovrebbe comportare il carcere, ma sanzioni pecuniarie, che dovrebbero colpire preferibilmente l’editore o in alternativa chi scrive l’articolo. L’ipotesi avanzata da Bruti e Pignatone è condivisa anche dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi. 

Impossibile pubblicare fino al processo tutte le carte dell’inchiesta
Per Pignatone, già procuratore capo di Palermo e Reggio Calabria,  è “irrealistico” pensare di identificare chi passa ai giornalisti carte che non dovrebbero essere pubblicate, considerato che in un processo di medie dimensioni sono tra le 150 e le 200 le persone che hanno “legittimamente” accesso agli atti. Inutile pensare di ridurre il problema soltanto rafforzando l’udienza filtro per scremare le sole intercettazioni rilevanti: “Va limitato drasticamente quello che si può pubblicare”. Se l’ordinanza di custodia cautelare o di sequestro “dev’essere totalmente conoscibile e pubblicabile”, e “messa a disposizione di tutti i giornalisti con parità di trattamento”, anche per consentire il “controllo democratico” sull’azione giudiziaria, come sottolinea Bruti Liberati, tutt’altro regime deve valere per gli atti compiuti in precedenza: dovrebbero restare conoscibili alle parti, ma coperti dal segreto per la stampa sino al dibattimento di primo grado. Una scelta che se venisse fatta effettivamente dalla politica avrebbe effetti notevolissimi, considerato che in un’inchiesta complessa come Mafia capitale, con le 1000 pagine di ordinanza cautelare, ne sono state depositate altre 70.000 relative agli atti di indagine compiuti; carte su cui non si potrebbe scrivere nulla sino al processo.

L;a proposta Gratteri che piace al ministro Orlando
Una posizione meno severa di quella di Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, che addirittura ha proposto lo stop alla pubblicazione degli integrali nei provvedimenti giudiziari o quella del procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, che punta a limitare le intercettazioni alla fase preventiva di indagine e a non conferire ad esse un valore probatorio. Ed è proprio la proposta Gratteri che piace anche al ministro della Giustizia Andrea Orlando che nei giorni scorsi aveva detto “è una base su cui si può riflettere, una strada su cui si può cominciare a muoversi”. Unica voce fuori dal corso quella presidente dell’Anticorruzione, già pm anticamorra, Raffaele Cantone per cui l’equilibrio tra le esigenze della stampa e tutela della privacy non può incidere sulle indagini e ha difeso il diritto dei giornalisti a pubblicare le intercettazioni che avevano come protagonista passivo Lupi. Il ddl dell’esecutivo sul processo penale che contiene la delega sulle intercettazioni è fermo da mesi proprio nella Commissione presieduta da Donatella Ferranti. Ma proprio mercoledì il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che già 15 giorni fa aveva assicurato che la riforma sarebbe stata approvata entro il 2015, ha detto chiaramente che è arrivato il momento di stringere: è “una partita che dobbiamo chiudere”.

Legnini (Csm): “Interessante tesi pm Roam e Milano”
“Ho letto la posizione espressa dai procuratori Pignatone e Bruti Liberati che è sicuramente interessante su un tema sul quale va maturando una convergente consapevolezza della necessità di un intervento normativo” dice il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, a margine di un incontro promosso da Unicost a Catania. Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura ha sottolineato che è necessario “uno sforzo di sintesi molto accurato da parte del legislatore”. “Non è materia – aggiunge Legnini – sulla quale si può sostenere di avere la soluzione in tasca. Trattandosi di valori di rilevanza costituzionale come la giurisdizione, la riservatezza e il diritto di cronaca, l’esito deve essere frutto di una soluzione equilibrata non compromessa al ribasso”.

La Fnsi: “Preoccupa la nostalgia della censura”
“Le proposte dei procuratori di Roma e Milano sono preoccupanti perché rivelano, ci auguriamo inconsciamente, la nostalgia di bavagli e censure che credevamo appartenere ad un’epoca storica nefasta” dice Raffaele Lorusso, segretario della Federazione nazionale della stampa. “Ipotizzare di regolare una materia così complessa e delicata evocando sanzioni pecuniarie per i giornali e i giornalisti – sottolinea Lorusso in una nota – significa perdere di vista il dettato Costituzionale. La pubblicazione di notizie, anche coperte da segreto, non può mai costituire un reato e neanche un illecito perché soddisfa un interesse generale: quello dei cittadini ad essere correttamente informati. Chi non lo avesse ancora capito, o più semplicemente, lo avesse dimenticato, farebbe bene a rileggere le sentenze pronunciate negli ultimi anni dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. I giornalisti hanno il dovere di pubblicare le notizie di cui vengono a conoscenza, anche se scomode. Né può essere addebitata ai giornalisti la pubblicazione di notizie che sarebbero dovute restare segrete. Eventuali violazioni di legge andrebbero addebitate a chi quelle notizie avrebbe dovuto tenere segrete né si può pensare a ulteriori forme di censura”.

Per il segretario Fnsi, “si tratta di tentativi pericolosi che, purtroppo, si inseriscono nella tendenza, sempre più diffusa a livello europeo, a limitare la libertà di espressione e il diritto di cronaca. È un pericolo che il sindacato dei giornalisti italiani, insieme con le altre associazioni sindacali europee, a cominciare dai sindacati di Francia e Spagna, avverte e contro il quale auspica una mobilitazione insieme con le altre forze sociali e con l’opinione pubblica. Nessuno invoca il libero arbitrio per i giornalisti. Va comunque ricordato che i giornalisti non hanno libero accesso alle ordinanze dei giudici, come invece è stato detto dai procuratori, e questa può essere l’occasione per regolare tale accesso. Fermo restando che gli abusi vanno sempre perseguiti e sanzionati, soprattutto in sede disciplinare, i bavagli e le censure segnerebbero il ritorno ad un passato di cui non si avverte alcuna nostalgia”.