Immagine di @ZoccoleDure
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Oggi, alla Camera dei deputati, sarà presentato un manifesto sottoscritto da un gruppo trasversale di 70 parlamentari, deputati e senatori, che a partire da Pierpaolo Vargiu, Presidente della commissione sanità alla Camera, e da Maria Spilabotte, del Pd, vicepresidente della commissione lavoro del Senato, vogliono ribadire l’intenzione di rivedere la legge Merlin che negli anni ’50 servì a chiudere i bordelli e tuttavia non fu e non è tuttora uno strumento utile a garantire sicurezza alle prostitute, ai prostituti, donne, trans, uomini. E’ diventato invece il mezzo per mantenere in un perenne stato di ricattabilità e di clandestinità i/le sex workers.

Accompagnati da prostitute e prostituti che da tempo si battono per far corrispondere alle tasse pagate (perché ad oggi le pagano) i diritti che spettano a qualunque lavoratore e lavoratrice del Paese, i parlamentari parlano di una proposta che contiene la possibilità di aprire una partita Iva, così da far corrispondere il pagamento delle tasse all’effettivo guadagno e non a forfait così come si calcolano oggi gli introiti dei/delle sex workers. Partita Iva, tasse, zoning sicuri, per chi lavora in strada, case chiuse autogestite dalle stesse prostitute, o prostituti o trans. In più si parla dell’obbligo da parte dei clienti di indossare il preservativo per evitare il contagio di malattie sessualmente trasmissibili.

Non si parla allora di bordelli di Stato ma di imprese autogestite che finalmente corrispondono anche all’esigenza dei/delle sex workers di non essere soli/e nella pratica professionale. Via, dunque, il reato di favoreggiamento, che impedisce a due o più prostitute di lavorare insieme, a garanzia della propria sicurezza e senza che il padrone di casa o le colleghe si becchino quell’accusa. Inutile poi che quando si parla di regolarizzazione le abolizioniste ricomincino con la loro solfa fondamentalista, condita di cadaveri, schiave e persone alle quali non riconoscono soggettività e libertà di scelta. Giustissimo perseguire chi sfrutta le persone, minori o anche no, per farli prostituire con la forza, ma giusto anche che si lasci spazio alla libertà di scelta di chi vuole fare questo mestiere e non se ne lamenta affatto.

Chi si preoccupa dello sfruttamento dovrebbe anzi essere doppiamente favorevole a proposte del genere che finalmente fanno venir fuori i numeri di un fenomeno che comunque esiste e si realizza nella clandestinità. Come per ogni altro commercio bisogna capire che i divieti, le sanzioni, il proibizionismo o l’abolizionismo, non fanno che favorire i criminali che contano sulla clandestinità per sfruttare la ricattabilità dei/delle sex workers. L’attuale situazione, poi, ben si presta a favorire le campagne moralizzatrici di sindaci che respingono con apposite ordinanze, i/le prostitut* nelle periferie. Il buio favorisce la criminalità e lo sfruttamento. La regolarizzazione invece diventa un modo per controllare le condizioni di lavoro di tutt* i/le sex workers che a quel punto potranno fruire di diritti e avere maggiore potere di negoziazione nello svolgimento del proprio lavoro.

Inutile che le abolizioniste insistano nel dire che nei luoghi in cui la regolarizzazione esiste, vi siano atroci condizioni per le donne, sempre vittime e a salvare. Le campagne di demonizzazione del fenomeno e il terrorismo psicologico che le abolizioniste fanno non permette una lettura veritiera del fenomeno. Organizzazioni come l’Oms, Amnesty, perfino il gruppo che si occupa di donne e diritti umani dell’Onu, hanno risposto positivamente alle richieste di regolarizzazione che arrivano anche da paesi in cui i/le sex workers sono ancora costretti nell’illegalità. Da quegli stessi luoghi, talvolta, arriva notizia di qualcun@ che inventa di essere stata vittima di tratta e realizza guadagni in nome delle altre vittime. Succede anche che il numero di vittime di tratta sia perennemente gonfiato, a partire da chi calcola la cifra a partire da un conteggio che riguarda tutte le migranti. Essendo migranti, secondo chi insiste nella narrazione tossica della vittima nigeriana, sarebbero tutte vittime. Così non è, come dimostrano studi, ricerche, realizzate e messe in circolo dalle stesse organizzazioni in difesa dei diritti dei/delle sex workers, da ricercatori e ricercatrici e perfino da chi ha compiuto inchieste per conto di grossi media mainstream.

In questi giorni sicuramente nei social network si scatenerà la furia di abolizionist* livoros*, ostili, in posa da crociata, che prima che usare argomenti critici vi insulteranno e per quanto siano un numero davvero esiguo di persone lasceranno intendere di parlare in nome di tutte le donne. Ecco, è essenziale che sappiate che loro non parlano in nome di tutte le donne e sicuramente non possono parlare in nome dei/delle sex workers che per loro esistono e hanno diritto di ascolto solo se si dicono vittime. Diversamente non esistono, vengono sistematicamente offese e ignorate, perché solo loro, le abolizioniste, sanno. Cosa può mai esserci di più autoritario che questo atteggiamento. Perciò, contro tutti gli autoritarismi, per dare voce ai/alle sex workers, vi suggerisco di prestare ascolto a chi ne difende i diritti con cognizione di causa, perché certi problemi li ha vissuti sulla propria pelle, e non per borghese e fondamentalista vezzo ideologico della abolizionista di turno.

Chissà, forse, finalmente, le cose possono cambiare anche qui, da noi, nella nazione sessuofoba e puttanofoba per eccellenza. Io sostengo i diritti e le rivendicazioni dei e delle sex workers. Chi li supporta con me?