Una sanità a misura di donna oggi non esiste. I farmaci sono sperimentati soprattutto sugli uomini e di conseguenza non sempre hanno la stessa efficacia nel genere femminile, più soggetto a sviluppare reazioni avverse: nella fascia di età 35-44 anni sono quasi il doppio di quelle riscontrate nei coetanei maschi. La prova è nel bugiardino: nella maggior parte dei casi non si fa cenno alla diversità biologica tra uomo e donna, si distingue solo in dosi per adulti e per bambini e al massimo si vieta l’assunzione del farmaco durante la gravidanza.

La questione viene ora sollevata dall’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano, che insieme alla Regione Lombardia ha dedicato un convegno alle differenze di genere nella malattia di Parkinson. “Nelle donne è tre volte più frequente la comparsa di movimenti involontari degli arti superiori e inferiori che costituiscono gli effetti indesiderati della levodopa, il farmaco usato per tenere sotto controllo i tremori tipici della malattia – spiega Barbara Garavaglia, responsabile del Comitato unico di garanzia per le pari opportunità dell’ospedale – Nei casi più gravi bisogna ridurre la dose e se possibile si interviene chirurgicamente con l’utilizzo di piccoli elettrodi per stimolare le cellule del cervello a produrre più dopamina (il neurotrasmettitore carente a causa del morbo, ndr)”. Anche i sintomi sono diversi ma spesso lo si ignora. “Nei maschi il Parkinson provoca soprattutto un deterioramento delle capacità cognitive, mentre nelle femmine ansia e depressione”.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha ufficializzato l’esistenza della differenza di genere nel 1998. Dopo quattro anni ha istituito il Dipartimento per il genere e la salute della donna e da quel momento ha iniziato a promuovere l’integrazione delle considerazioni di genere nelle politiche sanitarie. La rivoluzione auspicata in realtà procede a passi molto lenti.

Anche nel nostro Paese. Nel 2014 il World economic forum ha piazzato l’Italia al 68esimo posto nella classifica della disuguaglianza nelle cure tra uomo e donna. “È un paradosso – continua Garavaglia – le donne vivono più a lungo ma meno in salute. Per esempio, rispetto agli uomini sono più colpite da osteoporosi (+736%), malattie della tiroide (+500%), depressione e ansia (+138%), cefalea ed emicrania (+123%), cataratta (+80%) e ipertensione arteriosa (+30%)”.

La medicina di genere (cioè quella che studia e cura le malattie in base alle differenze anatomiche, biologiche, psicologiche e culturali dell’individuo) deve fare i conti con un ostacolo non da poco: le sperimentazioni cliniche sui farmaci che, ricorda l’esperta, “normalmente vengono effettuate su un campione costituito dal 70% di uomini e appena il 30% di donne. E alla fine si fa una media dei dati trascurando la differenza fisiologiche e anatomiche tra l’organismo femminile e quello maschile. Le donne però, avendo un minore peso corporeo e una maggiore massa grassa, rispondono in maniera diversa al farmaco”.

La ragione per cui la ricerca scientifica si basa sui modelli maschili è prima di tutto economica. “Negli anni Sessanta e Ottanta le donne erano completamente escluse dai test perché non erano abbastanza emancipate. Oggi invece sono poco presenti perché costerebbero troppo all’azienda. Significherebbe infatti aumentare di almeno 5/6 volte i gruppi sperimentali: il sesso femminile deve essere rappresentato nelle varie fasi della sua vita riproduttiva, ciclo mestruale, gravidanza, allattamento e menopausa, con un inevitabile aumento delle spese e dei tempi”. Non mancano i motivi sociali. “Sono meno disponibili perché devono occuparsi della famiglia e sono meno interessate a questo tipo di esperienza”.

Il pregiudizio di genere, dicevamo, riguarda anche i sintomi della malattia. Un altro esempio è l’infarto al cuore. I segnali presi come riferimento nei testi medici sono quelli che si manifestano esclusivamente nell’uomo: un dolore costrittivo al torace che può estendersi al collo, alle braccia e al dorso, e un senso di oppressione allo stomaco. Nella donna invece si presenta con una sensazione di malessere generale, sudorazione, diarrea, nausea e vertigini. Queste differenze però sono ancora poco note e spesso trascurate. Lo stesso fraintendimento vale per i farmaci. “Nelle donne gli antiaritmici possono influenzare più frequentemente il funzionamento della tiroide – spiega Patrizia Presbitero, primario di Cardiologia all’ospedale Humanitas di Milano -. L’uso di anticoagulanti e antiaggreganti invece le espone di più ai sanguinamenti e alle emorragie cerebrali. Per questo servono dosaggi mirati. All’università nessuno te le insegna queste cose, si imparano sul campo, con l’esperienza, il passaparola, e l’aggiornamento sulle ultime ricerche”.