Com’è arrivata in Italia Xylella fastidiosa (Xf), il batterio sospettato di far seccare gli ulivi del Salento? Mentre le indagini della Procura di Lecce proseguono sulla doppia pista delle importazioni di piante infette e di una sperimentazione finita male, vengono a galla i primi documenti esclusivi sul convegno organizzato nell’ottobre 2010 dall’Istituto agronomico di Bari, finito al centro dell’attenzione dopo le dichiarazioni della pm Valeria Mignone sull’immunità di cui la struttura gode. È stato quel workshop l’occasione in cui, si sa per certo, vennero introdotti per la prima volta, a fini di studio, materiali infettati dal patogeno, tre anni prima dell’accertamento sul territorio del Gallipolino della sua presenza. C’entra qualcosa con la diffusione della malattia?

“Impossibile”, secondo i ricercatori dello Iam, poiché i ceppi di Xylella giunti in Puglia all’epoca erano diversi da quello riscontrato nel Leccese. Ma come si può provare? La Procura, che ha acquisito una parte della documentazione, “ha emanato un ordine di esibizione e attende ancora risposta dall’Istituto”, conferma a ilfattoquotidiano.it il procuratore capo Cataldo Motta. È la vicenda finita al centro del question time di ieri alla Camera. Dai documenti ottenuti tramite accesso agli atti dal parlamentare del M5S Giuseppe L’Abbate, emergono incongruenze: “Quello che è stato detto dallo Iam – ha rimarcato il deputato – non è dimostrabile. Nell’autorizzazione non sono stati specificati né la sub specie né il numero identificativo del ceppo, indispensabili a valutare la qualità del materiale, né sono provate le modalità di trasporto in sicurezza tramite corriere”.

Ci sono state falle nella gestione? Se lo chiedono gli inquirenti, che hanno delegato le indagini al Nipaf del Corpo Forestale e alla Guardia di Finanza. Ha gettato acqua sul fuoco il ministro alle Politiche Agricole, Maurizio Martina: “Lo Iam ha fatto richiesta di introduzione, detenzione, manipolazione, di cinque isolati di Xylella per un totale di 20 piastre, due vasi di piante di vite inoculate, quattro rami di vite infette dall’Olanda e quattro ceppi di Xylella dal Belgio. Al riguardo, preciso che il ceppo riscontrato in Puglia su olivi e altri ospiti è stato interamente sequenziato dal Cnr di Bari e identificato come nuovo ceppo batterico, geneticamente vicino alla sub specie Pauca originaria del Costarica. Il materiale introdotto a scopi sperimentali appartiene ad altre sub specie: quello proveniente dall’Olanda era originario del Nord America (Università di Berkeley, ndr), mentre quello belga apparteneva alla collezione dell’Università di Gent”.

Il dubbio, tuttavia, resta: quali sono le formule di sequenza e quali le modalità di trasporto? E perché non sono stati indicati? “Questo mi è oscuro – risponde il vicedirettore dello Iam, Maurizio Raeli – perché noi abbiamo consegnato la documentazione all’Osservatorio fitosanitario regionale. Abbiamo traccia di tutto. Oltre al fatto che i codici ci sono, abbiamo dato e diamo alla magistratura la nostra disponibilità”.
Ecco i dati a cui l’Istituto fa riferimento.

“Da tali identificativi – spiegano dallo Iam – chiunque potrà verificare, dalle pubblicazioni scientifiche esistenti e dai database delle Banche di collezione dei microrganismi (Genebanks), che le sub specie importate non appartengono alla sub specie Pauca”. Mistero risolto? Non per la Procura, per cui la prima lacuna resta la non tracciabilità del percorso da Berkley all’Olanda. Poi, si ritiene non sufficiente l’indicazione della pubblicazione scientifica per identificare i patogeni arrivati a Bari, perché i batteri dovrebbero viaggiare scortati da un cartellino contenente per ognuno la sequenza genomica indicata con numeri e lettere. Una sorta di carta d’identità, insomma, che avrebbe dovuto accompagnare ogni materiale introdotto, comprese le venti piastrine. Che, per una piccola percentuale, non sarebbero così – secondo gli investigatori – univocamente determinabili. C’entra, ancora una volta, tutto questo con la propagazione del contagio nel Salento? Sarà complicato accertarlo, perché si dovrebbe dimostrare anche il passaggio successivo: inoculazione di quella particolare sottospecie di Xylella fastidiosa nelle piante dell’arco jonico o la diffusione nell’area di insetti vettori già contaminati e attraverso i quali è iniziata la mattanza di ulivi.