Qualche settimana fa, dopo aver letto gli esiti di una interessante indagine condotta dal National Citizen Service (una organizzazione britannica rivolta ai giovani), ho guardato con tristezza il mio curriculum vitae: era lungo, non aveva immagini e non aveva alcuna di quelle caratteristiche che gli avrebbe consentito di superare i nuovi sistemi di selezione anglosassoni.

Ho, così, cercato e scoperto una serie di interessanti strumenti per la ricerca di occupazione e per l’autopresentazione. Di qui l’idea di condividere i risultati: cercherò descrivere il percorso che ho seguito per modernizzare il mio CV.

L’indagine rileva che  il tempo che gli uffici Hr dedicano all’analisi dei curricula ricevuti si è grandemente ridotto. E’ un ennesimo effetto della crisi: un enorme numero dei candidati per ogni posizione libera. Risultato finale del mix di questi elementi è che in media un curriculum verrebbe valutato in soli 8,8’. Ovvio che in un sistema di selezione così superficiale, un curriculum deve distinguersi per far emergere il candidato.

Insomma, come scritto da una importante testata inglese, siamo di fronte ad un processo di “tinderizzazione”: la scelta del lavoratore da inserire in azienda per gli entry level avverrebbe con la stessa cura con cui si sceglie, con l’applicazione “Tinder”, il partner di una sola serata.

La tendenza mi sembrava contraddittoria: se tutto ciò fosse vero, vorrebbe dire che le aziende anglosassoni scelgono il loro futuro – cioè i giovani – in modo superficiale, basando la ricerca non sulla coerenza del percorso formativo e lavorativo del candidato, ma sulla capacità che ha un curriculum di colpire l’attenzione distratta del selezionatore in quei fatidici 8,8′. Vorrebbe dire che si bada all’apparenza e all’immagine del CV e non alla sua sostanza.

Il metodo “Tinder” non può essere un metodo aziendale: se ho scelto il partner sbagliato per una sera, pazienza, ma posso dire pazienza se sbaglio l’inserimento di un giovane in azienda? Cosa faccio, gli dico: “Scusa, ma siccome ho avuto solo 8,8 secondi per leggere il tuo CV, ho scoperto solo ora (dopo averti illuso) che non vai bene”? Sarebbe un ennesimo inaccettabile imbarbarimento del mercato del lavoro.

Comunque ho pensato che l’allarmante segnale lanciato dall’indagine dovesse indurmi a dare maggior attenzione al mio curriculum ed al suo aggiornamento. Insomma, il mio “curriculum europeo” non basta più; è giunto il momento di sottoporlo ad una modernizzazione. Così ho, innanzitutto, controllato che non ci fossero i dieci peggior errori da non commettere mai nella stesura di un CV.

Ho superato questo esame con un poco lusinghiero 7/10.

Infatti, se (1) non avevo commesso errori di grammatica; (2) non avevo sbagliato la punteggiatura; (3) avevo usato un format corretto (era quello del sito ufficiale di Europass!!!) e (4) un font adeguato; se (5) non avevo usato toni informali o (6) forme gergali e (7) avevo correttamente indicato i voti degli esami; non avrei superato il processo di tinderizzazione perché (8) il mio curriculum era più lungo di due pagine; (9) non conteneva indicazioni sui miei interessi extra-lavorativi  e (10) non avevo indicato alcuna di quelle tipiche capacità trasversali utili per il lavoro in team.

Insomma, un vero disastro, cui ho posto rimedio.

Sulla base delle informazioni che avevo raccolto, ho però, capito che ciò non era sufficiente: era necessario che anche io avessi il mio primo curriculum infografico. Eccolo:

Valcavi-curric

Con questo tipo di curriculum la formazione, le competenze e gli incarichi di lavoro sono tradotti in formato grafico. Si tratta di un curriculum di sicuro impatto che colpisce per la chiara rappresentazione del percorso seguito. I modelli sono tantissimi, per i gusti di ciascuno: si possono cambiare i colori, i font e la stessa struttura. Ciò che conta è il risultato finale, che può essere calibrato per enfatizzare questa o quella competenza di specifico interesse per la singola selezione.

Il primo insegnamento che ho ricavato è, quindi, quello di avere non solo un CV in formato europeo migliore, ma anche di accompagnarlo con un curriculum infografico.

Ecco poi un altro (il secondo) importante suggerimento, utilissimo per gestire in modo fruttuoso il colloquio: il cosiddetto “elevator pitch” , la promozione (di sé stesso o di un prodotto pitch appunto), in pochissimo tempo, cioè come quello di un viaggio in ascensore. Ipotizziamo di incontrare casualmente il nostro datore di lavoro ideale e di dover sfruttare il poco tempo del viaggio in ascensore per convincerlo ad assumerci. L’elevator pitch dura al massimo cinque minuti e necessita buona pratica, magari allo specchio.

Alcune buone regole da seguire:
1. usare un linguaggio chiaro, con terminologia tecnica solo se effettivamente necessaria e se nota dall’interlocutore;
2. concisione e concentrazione sulle proprie competenze e sul perché possiamo essere perfetti per il posto di lavoro offerto;
3. mai dare troppe informazioni, si può sembrare dispersivi;
4. far percepire di poter essere la soluzione all’eventuale problema aziendale;
5. quindi, fare esempi di problem solving passati in esperienze pregresse;
6. l’intero elevator pitch deve comunicare lo stesso messaggio di base (sono un bravissimo avvocato perché…).

Immaginate la fatica che è costata a me, avvocato, adottare il primo suggerimento: mission impossible per il nostro gergo professionale ampolloso che impone di iniziare ogni proposizione con almeno un avverbio di modo o in modo negativo. Prova e riprova,  alla fine ce l’ho fatta!! Ergo chiunque può farcela! Quindi mi aspetto grandi risultati dai lettori.