Da qualche giorno è molto popolare sui social un’intervista dal titolo: “Università, altro che merito. E’ tutto truccato” pubblicata su l’Espresso. L’intervistato è Matteo Fini, ricercatore in “Metodi quantitativi per l’economia”, che ha scritto un libro sui mali dell’università. Il giornalista de l’Espresso lascia intendere che il libro sia talmente scomodo che qualcuno ne sta osteggiando la pubblicazione, al punto che non si sa se lo scandaloso testo vedrà mai la luce.

Premesso che il libro – di cui pare si trovino alcuni stralci solo su Facebook – potrebbe essere ben altra cosa, l’intervista disegna un ritratto caricaturale e superficiale dell’università italiana del quale è bene diffidare. Vediamo perché.

Il pezzo inizia descrivendo l’accesso all’università. Un professore che ti coopta in un dottorato e l’ingresso in un sistema “che non puoi cambiare, immutabile”, in cui sai “che la tua carriera è totalmente indipendente da quello che dici o che fai: conta solamente che qualcuno voglia spingerti avanti”.

Certamente esistono atenei e settori in cui funziona così. Certamente ne esistono altri in cui la possibilità di fare carriera indipendentemente dal merito, da “quello che fai”, è sempre più rara. In economia politica, materia assai vicina alle competenze dell’intervistato (che dunque dovrebbe conoscerne le pratiche), “quello che fai” conta più di ogni altra cosa. La ricerca insomma. Se non fai ricerca e non mostri di saper contribuire al dibattito scientifico internazionale, la carriera per te sarà molto difficile.

Naturalmente esistono ancora casi di concorsi pilotati. Ma siamo sicuri che facciano parte di un sistema che non si può cambiare? Sì che si può, e le esperienze di SECS in the Cities che abbiamo raccontato qui sul mio blog su ilfattoquoidiano.it lo hanno dimostrato.

Esistono nuove generazioni di ricercatori precari e non, e soprattutto di professori, che non hanno alcuna intenzione di perpetuare le pratiche medievali descritte nell’articolo, e che gestiscono la didattica, la ricerca e il reclutamento nella più totale trasparenza. Insomma no, il “sistema” non è granitico né immutabile.

L’autore però rincara la dose. Dichiara di aver avuto un protettore che, dopo averlo sfruttato fino all’osso, è scomparso improvvisamente. Così il concorso “che avrei dovuto vincere io” va in fumo. Lo vince qualcun altro. La prima cosa che ci si domanda è: perché quel concorso avrebbe dovuto vincerlo lui? C’era un accordo privato in tal senso? Era un candidato così eccellente che nessun altro avrebbe potuto competere con lui?

Sempre nel virgolettato il ricercatore afferma che quel concorso avrebbe assegnato “il posto a cui lavoravo da otto stagioni”. In che modo si lavora a uno specifico concorso? Nel nostro mestiere per avere la pretesa di vincere un concorso bisogna fare soprattutto una cosa: ricerca. Scrivere, scrivere, scrivere. Presentare i propri lavori a conferenze. E pubblicarli su riviste scientifiche. Erano così tante e buone le pubblicazioni del candidato da giustificare la sensazione che il posto fosse “suo”? Uno sguardo ai suoi profili su ResearchGate e su Ideas, il più importante database online di articoli e working paper di economia e statistica, suggerisce il contrario.

Dalla sua esperienza specifica, l’autore del libro sembra poi trarre conclusioni piuttosto generali: “In Italia, prima si sceglie un vincitore e poi si bandisce un concorso su misura per farlo vincere. Anche per un semplice assegno di ricerca. All’università è tutto truccato”. Allora, intendiamoci: questo succede, certo che succede, e non lo denunceremo mai abbastanza. I lettori di questo blog sanno che denunciare i casi in cui prima si sceglie un vincitore e poi si bandisce un concorso su misura è stata a lungo un’occupazione importante per me e alcuni coraggiosi compagni di viaggio. Ma che sia tutto truccato è falso.

Nell’intervista si offre un racconto dettagliato di un concorso per borse di studio che Fini ha perduto contro candidati appena laureati ed evidentemente meno titolati di lui, già in possesso, invece, del titolo di dottore di ricerca. Non stento a credere che il caso specifico sia stato scandaloso, ma in linea di principio che una borsa di studio non venga assegnata al candidato con più titoli è assolutamente normale, ed è sbagliato farne oggetto di scandalo a beneficio dei media. Le borse di studio e gli assegni di ricerca – non i concorsi da ricercatore, si badi bene – servono – allo svolgimento di progetti specifici, per i quali sono inevitabilmente richieste competenze specifiche. Se ho bisogno della collaborazione di uno statistico che svolga un certo tipo di analisi dei dati, è necessario che assegni la borsa a chi sa fare quel tipo di analisi, anche se è “soltanto” laureato, anziché a un dottore di ricerca che magari sa fare solo analisi di tipo completamente diverso.

È ora di smetterla di piangersi addosso e di raccontare al pubblico che l’università è un fortino inespugnabile militarmente occupato dai baroni e dalle loro legioni di portaborse. Esiste una quota sempre più ampia di accademici che fanno le cose per bene, che vincono fondi di ricerca internazionali, che partecipano al dibattito scientifico internazionale con ricerche di altissimo livello, che pubblicano sulle più importanti riviste del mondo, e che selezionano le nuove leve di ricercatori solo in base al merito. Che non sfruttano dottorandi e assegnisti per la didattica e che mettono a disposizione il loro materiale didattico gratuitamente, anziché lucrarci sopra con la complicità di case editrici compiacenti. Non so se tale quota di bravi docenti comprenda il dieci, il cinquanta, o l’ottanta per cento degli accademici italiani. So però che sono questi i docenti che vanno presi come punto di riferimento da chi voglia iniziare la carriera accademica.

I giovani ricercatori devono sapere che non è inevitabile diventare servi della gleba, “prendere o lasciare” come suggerisce Fini. Si può scegliere, invece, tra due modi di fare carriera. Servire fedelmente un protettore, e rimanerne schiavo tutta la vita nella speranza che questi abbia un giorno la voglia e il potere di ricambiare la fedeltà con l’assegnazione di un posto pubblico. Questo modo non solo non è onesto ma è anche più rischioso, perché i soldi – e i posti, di conseguenza – sono sempre meno, e il protettore nella maggior parte dei casi non ha il potere che millanta di avere. Millanta perché ne ha bisogno, perché è l’unico modo di ottenere servizi (didattica, ricerca, commissioni varie) a costo zero da giovani ricercatori precari e vulnerabili. Di solito dopo un po’ di tempo (e di lavoro gratuito) tali protettori scompaiono nel nulla lasciando l’allievo in mutande, come mostra l’esperienza di Fini.

Oppure si può scegliere un’alternativa meno rischiosa, forse più faticosa ma foriera di qualche soddisfazione. Cercare il proprio supervisor tra i tanti accademici corretti che non sfruttano i loro allievi e che, invece, sono in grado di insegnare come si partecipa al dibattito scientifico internazionale. Senza aspettarsi di essere premiati con la manipolazione di un concorso pubblico a proprio favore. Il premio sarà, invece, un cv più ricco, col quale ci si costruirà una reputazione internazionale e si potrà partecipare con qualche speranza di vincere a più di un concorso. Di accademici che si sono formati così ne conosco tanti. Non perché sia particolarmente selettivo nelle amicizie, ma perché sono proprio tanti.