A tutti i ricercatori è capitato di partecipare a un concorso universitario “nato storto”, in cui il nome del vincitore circola nei corridoi dell’ateneo già prima dell’inizio dei colloqui. Sono esperienze comuni, per chi fa questo mestiere, le attese snervanti davanti all’aula dell’esame insieme a colleghi conosciuti in decine di concorsi precedenti (tutti perduti). Il controllo maniacale degli sguardi e degli atteggiamenti dell’insider di turno, nel tentativo velleitario di capire quanto sicuro si sente di vincere o se un margine di incertezza invece esiste (e se partecipare al concorso non è stata quindi solo una costosa stupidaggine). I fiotti di speranza che ti attraversano dopo il colloquio, quando pensi di essere andato troppo bene, stavolta, per essere liquidato con uno dei pretesti di cui le commissioni giudicatrici si servono in questi casi (troppo vecchio, troppo giovane, troppo teorico, troppo empirico, troppo interdisciplinare, troppo poco). E la frustrazione che ne consegue.

A concorsi nati storti si assiste in tutti i settori del sapere accademico. In alcuni settori, però, l’Università ha mostrato di possedere gli anticorpi per raddrizzare queste situazioni.  
Lo scorso autunno Giuliano Marrucci ha raccontato, in un bel servizio su Report, le vicende di due concorsi da ricercatore in Economia politica e in Politica economica. Entrambi sono stati vinti dal candidato apparentemente meno titolato di tutti. La notizia è che la rivolta dei ricercatori precari che ne è seguita ha sortito i suoi effetti, portando all’annullamento di entrambi i concorsi.

Ma andiamo per ordine. La settimana scorsa è stata pubblicata la sentenza del TAR sul ricorso collettivo (1257 del 2012) presentato da alcuni candidati contro l’Università dell’Insubria contro l’esito di un concorso da ricercatore in Politica Economica la cui vicenda è raccontata su MicroMega. Il ricorso è stato finanziato da un crowdfunding organizzato dal SECS Team, gruppo di ricercatori “ribelli” di cui mi onoro di far parte. In un mese sono stati donati circa 7mila euro, da docenti di ruolo in Italia e all’estero, ricercatori precari e contribuenti arrabbiati.

Il ricorso è stato accolto su tutta la linea, con una sentenza che stabilisce alcuni precedenti interessanti in vista dei prossimi concorsi. Il TAR ha riconosciuto l’obbligo di usare anche criteri bibliometrici – cioè indicatori che misurano l’impatto delle pubblicazioni sul dibattito scientifico – nella valutazione dei cv dei candidati.

L’uso degli indici bibliometrici nella valutazione delle pubblicazioni non dipende dalle scelte discrezionali di una commissione. È un obbligo previsto dalla legge, con buone ragioni. Ovviamente gli indici devono essere trattati cum grano salis. Nessuno sostiene che i numeri bastino, di per sé, a stabilire chi deve vincere un concorso. Per esempio, se il valore di un dato indice per il ricercatore A è pari a 10 e per il ricercatore B è 20, può essere comunque ragionevole e giusto che il concorso sia vinto dal ricercatore A. Magari perché i suoi lavori sono più originali, o rigorosi, o promettenti, anche se hanno trovato collocazione su riviste scientifiche meno prestigiose o hanno ricevuto meno citazioni. O anche perché A è il capofila delle ricerche che lo hanno portato al valore 10, mentre B è stato solo un collaboratore marginale. Per valutare elementi così complessi è necessario il lavoro di esperti della materia (i professori che compongono la commissione giudicatrice, appunto). Altrimenti basterebbe un computer. Nel caso di confronti “equilibrati”, gli indici non sono quindi determinanti.

Altre volte invece può capitare che il ricercatore A abbia accumulato, in tutta la sua carriera, zero punti. E il ricercatore B ne abbia, per dire, 40. In questi casi gli indici servono a segnalare una evidente sproporzione nella qualità della ricerca dei due candidati, di cui una commissione giudicatrice non può non tenere conto. Anzi, secondo la legge (DM 2009/89) qualsiasi commissione è obbligata a tenerne conto.

Nel caso dell’Insubria, inoltre, il TAR ha riconosciuto la legittimità di presentare un ricorso “collettivo”, contestata invece dall’Avvocatura di Stato (per il fatto che solo un ricorrente può vincere in una eventuale ripetizione del concorso). La sentenza riconosce infatti un interesse collettivo “di principio” ad essere giudicati attraverso regole certe applicate in modo trasparente, e un interesse “di fatto” nella opportunità di vincere il posto di ricercatore, che ex-ante hanno tutti i candidati.

Report raccontava però anche di un altro concorso, quello da ricercatore in Economia politica presso l’Università del Piemonte Orientale. In quel caso, il SECS Team inviò al Rettore dell’ateneo una petizione con 1400 firme, documentando una serie di debolezze nell’operato della commissione e chiedendo una revisione degli atti del concorso. Il Rettore, riscontrate delle irregolarità, non approvò gli atti.

Il concorso si è ripetuto, con una commissione diversa, il mese scorso. Il vincitore della precedente edizione, quella annullata, non si è presentato, e il posto è stato vinto da un ricercatore che, pur non essendosi presentato la prima volta, ha tutte le carte in regola per la posizione (e a cui vanno i nostri migliori auguri). I verbali sono pubblicati qui.

Queste vicende non sono fini a se stesse. Il fatto che in seguito a un concorso sospetto si scateni un putiferio che coinvolge migliaia di accademici attraverso comunicazioni formali e informali, passaparola, firme in calce a una petizione, donazioni per finanziare un ricorso, articoli sui giornali e servizi televisivi può costituire un efficace deterrente dissuasivo contro le scorrettezze.

Le iniziative del SECS Team hanno mostrato che, con l’aiuto di piccoli catalizzatori, possono scatenarsi nella comunità scientifica delle reazioni a catena per cui su coloro che vogliono gestire in malo modo i concorsi si riversano tonnellate di “shame” (piccolo eufemismo innocuo). L’obiettivo delle nostre iniziative non è tanto e non solo la revisione degli esiti delle procedure sospette. Quanto il consolidamento di tali meccanismi “reputazionali”. Fino al momento in cui, ogni volta che qualcuno vorrà manipolare un concorso, sarà costretto a domandarsi: vale la pena perdere definitivamente la reputazione per questo?