Nel 2050 in Gran Bretagna non si morirà più di cancro: questo l’ambizioso obiettivo proclamato alcune settimane fa da alcuni ricercatori del Regno Unito ed ripreso con grande enfasi dalla stampa «Overcoming cancer in the 21st century». Secondo i ricercatori l’obiettivo varrebbe per tutti, ad eccezione degli ultaottantenni, purché si aumentassero i finanziamenti per la cura del cancro e si abbandonasse l’idea di razionare nuovi e promettenti terapie per mancanza di fondi. Lungi da me l’idea che non si debba garantire l’accesso alle terapie o che  non si debba proseguire nella ricerca oncologica, ma qualche considerazione al riguardo sorge spontanea. Intanto perché considerare come grande risultato quello di “non morire” di cancro e non piuttosto quello di “non ammalarsi”? Sarebbe forse una utopia di cui non vale neppure la pena parlare? Credo proprio di no se solo riflettessimo con obiettività su quanto è stato fatto fino ad ora.

Intanto annunci di risultati miracolosi o quasi nella cura del cancro non sono una novità: già nel 1971 il Presidente Nixon firmò il National Cancer Act, un ambizioso progetto con cui si  delineava la strategia della “guerra al cancro”, guerra che gli Stati Uniti erano decisi a combattere ed ovviamente a vincere. Erano gli anni in cui l’uomo era arrivato sulla luna, la fiducia nelle potenzialità della scienza era pressoché illimitata e sembrava che con poderosi finanziamenti ogni traguardo potesse essere raggiunto. Erano anche gli anni in cui prendeva corpo l’idea che il cancro fosse una malattia “genetica” e che  nascesse da una singola cellula in qualche modo “impazzita” per  una mutazione casuale nel suo Dna.

L’idea era quindi che una sorta di selezione darwiniana conferisse vantaggi in termini di sopravvivenza e capacità di metastatizzare alla cellula canceroso fino alla morte dell’organismo ospite. Il cancro era ritenuto una malattia dell’età adulta in cui, proprio per l’aumento della speranza di vita, era sempre più probabile che insorgessero mutazioni casuali: in qualche modo il cancro era visto quasi come un  prezzo da pagare allo “sviluppo” ed al “benessere”. Se l’origine del cancro risiedeva in un danno a carico del Dna era logico quindi pensare di risolvere il problema cercando di svelare tutti i segreti del genoma, sperimentando terapie sempre più mirate che colpissero la cellula nel suo centro vitale, il Dna appunto.

Gli investimenti che furono fatti negli Usa ed in seguito anche in altri paesi del mondo occidentale furono a dir poco esorbitanti, ma, come scrisse ben 10 anni fa in una lettera aperta un grande oncologo americano Samuel Epstein, “dopo trent’anni di reclamizzate ed ingannevoli promesse di successi, la triste realtà è infine affiorata: stiamo infatti perdendo la guerra al cancro, in un modo che può essere soltanto descritto come una sconfitta. L’incidenza dei tumori – in particolare della mammella, dei testicoli, della tiroide, nonché i mielomi e i linfomi, in particolare nei bambini – che non possono essere messi in relazione con il fumo di sigaretta, hanno raggiunto proporzioni epidemiche, ora evidenti in un uomo su due e in oltre una donna su tre”.

E questo è tanto più vero nel nostro paese dove l’incidenza di tumori fra bambini ed adolescenti è una delle più elevate al mondo. Perché l’obiettivo non è stato raggiunto? Dove abbiamo sbagliato? Abbiamo forse sbagliato bersaglio? Ebbene sì: abbiamo sbagliato bersaglio! Le teorie emergenti sulle modalità con cui il nostro genoma si relaziona con l’ambiente ci fanno capire come il nostro approccio al problema cancro sia stato estremamente riduzionista e di come quindi dovremmo cambiare il nostro punto di vista se solo vogliamo sperare di uscire da questo empasse.

Si è sempre pensato al genoma come a qualcosa di predestinato ed immutabile, ma le conoscenze che da decenni ormai provengono dall’epigenetica ci dicono che le cose non stanno così: ormai sappiamo con certezza che le informazioni contenute nel Dna vengono continuamente “tradotte” e modificate  a seconda dei segnali – fisici, chimici, biologici – che provengono dall’ambiente. L’epigenetica è, per l’appunto, la scienza che studia tutto ciò che “sta al di fuori” e  “circonda” il nostro genoma.

Possiamo dire, in definitiva, che è l’ambiente il vero artefice della nostra salute nel bene e nel male…. ed è all’ambiente quindi che dovremmo rivolgere tutta la nostra attenzione. Da dove vengono le centinaia di sostanze tossiche e cancerogene ormai stabilmente presenti nei nostri corpi e che ci danneggiano ancor prima di nascere se non se non dagli inquinanti che ormai contaminano ovunque suolo, aria, acqua?

Se l’epigenetica ci insegna che è l’ambiente, nel senso più ampio del termine, ad influenzare il nostro genoma, allora è ovvio che risanare l’ambiente è il vero bersaglio su cui dovremmo indirizzare i nostri sforzi. Questa nuova visione della relazione fra ambiente e salute è musica per le orecchie di coloro che da decenni si battono per una riduzione dell’esposizione delle popolazioni agli agenti inquinanti e cancerogeni ossia per ciò che viene identificato col nome di Prevenzione Primaria.

Imboccare questa strada dà risultati innegabili: basti vedere la riduzione dell’incidenza di cancro al polmone fra gli uomini per diminuzione dell’abitudine al fumo o quella dei linfomi in Svezia dove oltre 20 anni fa sono stati vietati alcuni pesticidi. Perché accontentarsi di “non morire” di cancro e non piuttosto essere più ambiziosi e puntare a “non ammalarsi” di cancro?