Toscana, a morte i cuccioli di capriolo e le femmine incinte: non solo il Piano filovenatorio, ecco tutte le delibere pro-caccia di Giani
La lobby dei cacciatori, in Toscana, gode di ottima salute. Non può che essere così dal momento che le delibere che si occupano di attività venatoria, approvate da inizio anno dalla Giunta guidata da Eugenio Giani, sono ben 14. Quattordici documenti che liberalizzano la caccia, aumentano l’uccisione di animali, tra cui cuccioli di caprioli e mamme incinte – spesso lasciando inascoltate le prescrizioni di Ispra – ed espongono la Regione a criticità, tanto di carattere costituzionale quanto di contrasto con le normative europee. Proprio la “rossa” Toscana, supportata da ArciCaccia, i cui iscritti si definiscono “i compagni della natura”. E che proprio di recente, pure con l’assenso di partiti anti-caccia a livello nazionale, ha dato il via libera quasi contestuale sia al Piano faunistico-venatorio sia al Calendario venatorio. Due documenti che aprono alla strage di ungulati e volatili.
Ma andiamo con ordine. Il Piano votato da Pd, M5s e Casa Riformista (Matteo Renzi), col no di Avs, ha messo nero su bianco la distinzione – già esistente – tra aree vocate e aree non vocate. Nelle prime è lecito sparare agli animali in un’ottica conservazionista; nelle seconde, che vanno a coincidere di fatto con le aree agricole, si punta invece alla “riduzione delle specie” di riferimento. In altre parole, a eradicarle dai territori. La ragione? Per la Toscana è preminente l’interesse delle attività agricole: scelta politica legittima, sia chiaro. Il punto critico però – rilevato dalle associazioni ambientaliste e animaliste – è la zona d’ombra che si crea tra le due aree: se un territorio è soltanto “potenzialmente” agricolo, ecco che rientra nella categoria di area non vocata. E via ai fucili.
Accanto al Piano, un mese prima è stato approvato il Calendario per la prossima stagione venatoria. Provvedimento che inserisce tra le specie cacciabili sia specie quasi estinte sul territorio toscano, come rilevato dal Gruppo d’Intervento giuridico, come la Lepre italica e la Starna; sia specie in cattivo stato di conservazione, tanto a livello nazionale che europeo, come l’Allodola, la Tortora selvatica e la Pernice rossa. Problemi anche per la Moretta (in quest’ultimo caso per il rischio di abbattimento “accidentale” della rarissima Moretta tabaccata). Alla faccia della tutela della biodiversità, dell’articolo 9 della Costituzione e della Direttiva Uccelli.
Ma ora veniamo alle delibere. Come si accennava, 14 provvedimenti adottati in sette mesi e per la maggior parte promossi dall’assessorato all’Agricoltura, guidato da Leonardo Marras, del Pd. Ma sostenuti da tutti i colleghi di Giunta. Vediamole, nel dettaglio. La delibera 88/2026 apre la caccia in aree protette in cui l’interesse della salvaguardia delle specie e della biodiversità è sempre stato messo al primo piano: riserve naturali e siti della Rete Natura 2000. Poi la delibera 564/26, forse la più impattante di tutte, che apre agli abbattimenti di cuccioli di capriolo, muflone, cervo e daino. Per quanto riguarda i caprioli, sono incentivate le uccisioni delle mamme in periodi in cui sono incinte, e si fa riferimento esplicito alle “elaborazioni relative al numero di feti per femmina abbattuta correlate all’età del soggetto”. Fortemente contraria l’Ispra, che ha sconsigliato gli abbattimenti – già iniziati – dal 15 di agosto al 30 di settembre. E così la Lav, che ha parlato di “strage di caprioli”: “La Toscana ha dato il via libera all’uccisione dei cuccioli nati solo pochi mesi fa, che in questo periodo dipendono ancora dalle loro madri per imparare a trovare cibo e acqua. Ma non solo: uccidere una madre significa spesso condannare il suo cucciolo, anche quando il proiettile non lo colpisce”.
Poi, via via, le altre delibere, come le 677 e 678/2026 che dispongono il prelievo in deroga per il Piccione e la Tortora dal collare fino a circa 35.000 individui complessivi e, come scritto dall’associazione Tutela Fauna Toscana, “autorizzano espressamente l’impiego dei richiami vivi anche durante il periodo di nidificazione e riproduzione della fauna”. O come le 751 e 824/2026, che rispettivamente concedono l’abbattimento in deroga di 20mila individui di Storno (quando Ispra aveva fissato il limite a 10mila) e l’eradicazione dell’Ibis sacro, contro la quale, di nuovo, c’è il parere contrario dell’Ispra. Poiché, si legge, “il prelievo potrebbe generare un disturbo diffuso e una disgregazione dei gruppi, incrementando la tendenza di movimenti a lungo raggio, che paradossalmente potrebbe accelerare la colonizzazione da parte della specie aliena di siti nelle regioni confinanti”. In più, dare il via libera alla strage di ibis sacro significa correre il rischio che impallinati finiscano anche gli ibis eremita, specie che conta poche centinaia di individui in tutta Europa e al centro di un complesso progetto dell’Ue per il recupero.
La Regione Toscana, coperta da una riforma a livello nazionale (ddl Malan) che punta a stravolgere l’attività venatoria, facendo cadere il principio per cui la fauna selvatica è “patrimonio indisponibile dello Stato”, prosegue con una linea filovenatori, in cui le istanze del mondo agricolo e dei cacciatori vengono considerate preminenti, nei fatti, rispetto alla protezione dell’ambiente. Non a caso Giani, come un esponente di Fratelli d’Italia o della Lega, ha definito le doppiette “garanti della biodiversità”. E non a caso la consigliera regionale del M5s, Irene Galletti, poco prima dell’approvazione del Piano faunistico-venatorio, ha preferito sottolineare che “non ci siamo voltati dall’altra parte, dando risposte a un mondo, quello venatorio, che ha bisogno delle sue regole […] L’approvazione di questo atto non era più rinviabile perché anche il mondo agricolo, che ha le sue necessità, ci ha chiesto di assumerci fino in fondo le nostre responsabilità”. Viva la realpolitik. Quella dei voti.
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