Mandando indietro la lancetta del tempo di duecento anni arriveremmo esattamente al 1815, una delle date in assoluto più importanti per l’intera storia d’Europa. Napoleone veniva definitivamente sconfitto a Waterloo e i nuovi vincitori della futura Quadruplice Alleanza si preparavano a restaurare geo-politicamente l’intero continente. A Napoli si reinsediavano i Borbone, mentre Murat veniva prima fatto prigioniero e poi giustiziato a Pizzo Calabro. Gli inglesi, i nuovi eroi, il teatro elisabettiano e Shakespeare facevano rapidamente ingresso nei teatri d’opera italiani con le loro regine e i loro canoni estetici. Sempre a Napoli poi, e sempre in quel caotico 1815, stava per inaugurarsi una delle stagioni più felici del melodramma.

Nella capitale borbonica infatti era in arrivo un compositore che, appena ventitreenne, aveva già conquistato uno dopo l’altro i principali teatri d’opera italiani. Chiamato nella capitale del regno borbonico dal più astuto e celebre degli impresari teatrali, il milanese Domenico Barbaja, Gioacchino Rossini darà avvio a un’incredibile stagione nella quale, se da una parte l’opera seria riceverà alcuni dei suoi più grandi capolavori, dall’altra il nuovo arrivato porrà definitivamente fine al predominio della scuola napoletana sull’opera italiana. Suggestivo e calzante in questo senso quel parallelismo che tanto Mazzini quanto Stendhal realizzavano tra i due imperatori del tempo, Rossini e Bonaparte: “Dopo la morte di Napoleone c’è stato un altro uomo del quale si parla ogni giorno a Mosca come a Napoli, a Londra come a Vienna, a Parigi come a Calcutta. La gloria di quest’uomo non conosce limiti (…) ed egli non ha ancora trentadue anni” scriverà Stendhal nella sua “Vita di Rossini”, con parole alle quali faranno eco quelle di Giuseppe Mazzini: “Rossini è un titano. Titano di potenza e d’audacia. Rossini è il Napoleone d’un’epoca musicale”.

Ecco dunque perché i napoletani depositari della grande tradizione musicale partenopea temevano, e a ragione, l’ingresso del pesarese alla direzione dei propri teatri, dei propri templi dell’arte musicale. Come l’allora direttore del conservatorio San Sebastiano, il compositore Antonio Zingarelli, che arrivò ad organizzargli contro una preventiva campagna denigratoria. Rossini, da parte sua, si accostava al pubblico napoletano, di gran lunga il più colto e avveduto della penisola, con estrema prudenza, ben sapendo che già a partire dalla prima messinscena si sarebbe giocato il tutto per tutto. “Elisabetta, regina d’Inghilterra”, questo il titolo della prima opera seria che il “bon vivant” pesarese portò sul palco del San Carlo, il 4 ottobre del 1815: e fu il trionfo! Napoli era già rossiniana, e lui, contrattualizzato col vincolo di due “sole” opere annue alla cospicua somma di 8.000 franchi, ne era già il nuovo beniamino.

Dopo aver soffiato la bella Isabella Colbran (soprano e primadonna del San Carlo) nientemeno che al suo stesso datore di lavoro, Domenico Barbaja, Rossini riserverà al pubblico napoletano i suoi capolavori del genere serio, mentre a quello dei teatri milanesi e romani alcune delle sue più felici pagine comiche. Tra queste quel “Barbiere di Siviglia” che, nonostante il clamorosissimo flop della prima assoluta al Teatro Argentina di Roma (presto riscattato dalle successive repliche), regalerà ai posteri la cavatina di Figaro, forse la più celebre aria d’opera d’ogni tempo e luogo. Quest’anno dunque ricorre il bicentenario di una stagione trionfale, stagione che culminerà in quell’incredibile tour europeo nel quale il pesarese verrà accolto con mille festeggiamenti da tutte le principali corti dell’epoca, a partire da quella viennese. E proprio a Vienna, dopo aver incontrato Beethoven che gli riserverà parole di stima ma anche di malcelata antipatia, Rossini verrà costretto, da un pubblico impazzito per la sua musica, ad inaugurare una tradizione che, inconsapevolmente, giungerà fino ai Beatles e agli U2: dare concerto direttamente dal balcone di casa! Una tradizione, insomma, con degli insospettabili precedenti veramente illustri.