Una società privata con un amministratore condannato in via definitiva, prezzi fuori controllo per la fornitura idrica, e un referendum approvato con percentuali bulgare che continua ad essere ignorato. Sono trascorsi quattro anni da quando la volontà popolare si è espressa sulla gestione pubblica dell’acqua: un vero e proprio plebiscito, con più del 90% degli elettori che aveva votato per restituire alla collettività la gestione delle reti idriche. Quattro anni dopo, però, in Sicilia quel referendum è rimasto lettera morta, mentre la gestione dell’acqua è ancora essenzialmente in mano ai privati. “Se la Regione non adotterà una legge sulla gestione pubblica entro marzo, Anci Sicilia scenderà in piazza!”, twittava pochi giorni fa il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, presidente dell’associazione dei comuni dell’isola. Alcune città siciliane, infatti, si rifiutano da anni di mettere le proprie reti idriche a disposizione delle società private: il risultato è che l’acqua gestita dagli enti pubblici costa molto meno rispetto ai comuni che hanno affidato il servizio idrico alle società private.

Una situazione paradossale, che trova il suo emblema nella provincia di Agrigento, dove la gestione delle risorse idriche fu assegnata nel 2007 alla società privata Girgenti Acque. “In certi casi si sono registrati bandi di gara che non brillarono certo per trasparenza”, era la denuncia Antonella Leto, del Forum dei movimenti per l’acqua pubblica, che dal 2007 si batte per restituire ai siciliani la gestione delle risorse idriche. Il bando di gara vinto da Girgenti Acque valeva all’inizio 30 milioni di euro: poi dopo due aste andate deserte è stato aggiudicato a soli 5 milioni all’unica società che si era presentata. Alcuni comuni però si opposero subito: sono 17 ( su 43 le amministrazioni) le città “ribelli” che non consegnarono le reti idriche a Girgenti Acque. Con il risultato che oggi la provincia di Agrigento risulta spaccata a metà tra la gestione privata e quella pubblica delle reti idriche.

Sono proprio i concittadini di Luigi Pirandello a vivere ogni anno una situazione paradossale: nei comuni dove la gestione delle reti idriche è in mano ai privati le bollette sono salatissime e a volte fuori controllo, mentre dove il servizio è in mano ai comuni ecco che il costo dell’acqua è più modeste, con cifre annuali forfettarie. È il caso di Agrigento, Ravanusa, Ribera, dove una famiglia paga in media circa 300 euro l’anno per la fornitura idrica. Al contrario nelle città dove l’approvvigionamento idrico è gestito da Girgenti Acque (come Sciacca, Casteltermini, Grotte, Siculiana) la media del costo del servizio si aggira sui 600-700 euro l’anno: cifre che più di una volta hanno fatto registrare momenti di tensione. Come a Casteltermini, dove nel gennaio del 2014 i cittadini scesero in piazza dopo aver ricevuto bollette a quattro cifre: in quel caso protestarono bruciando in piazza le fatture. Nel piccolo comune di Lucca Sicula, invece, un pensionato è morto fulminato da un infarto, mentre discuteva animatamente con i tecnici di Girgenti Acque, arrivati per staccargli l’utenza.

“Sono molte le inadempienze che abbiamo riscontrato, come la mancata depurazione delle acque, la mancanza di regolarità nella distribuzione, nonostante Girgenti Acque si fosse impegnata a garantire il servizio 24 ore su 24: ad oggi infatti la maggior parte dei cittadini agrigentini riceve l’acqua 2-3 volte a settimana, mentre gli interventi inesistenti per ridurre le perdite della rete di distribuzione non superano il 50%”, protestano i cittadini del Comitato intercomunale per la gestione pubblica dell’acqua. “Il governo regionale – continuano – è completamente indifferente, ed è per questo che abbiamo deciso di organizzare una manifestazione di protesta il 7 marzo”.

Ma non è tutto: oltre al bando vinto praticamente in solitudine, Girgenti Acque si trova oggi ad operare senza certificazione antimafia. L’amministratore delegato della società si chiama Marco Campione, condannato in via definitiva a dieci mesi di reclusione per truffa aggravata. Su Campione pesano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati. “Era l’imprenditore vicino a me ed era abbastanza favorevole per i progetti che c’erano in quel momento dal movimento terra, alle condotte idriche, al gas, a noi ci interessavano l’entroterra, le condotte idriche, dove c’era da guadagnare più soldi” ha raccontato ai magistrati il boss di Agrigento.

E mentre all’Assemblea regionale siciliana resta bloccato da mesi un disegno di legge d’iniziativa popolare sull’acqua pubblica, la Regione ha ordinato ai comuni agrigentini “ribelli” la consegna immediata delle reti idriche a Girgenti Acque, così come previsto dal decreto Sblocca Italia. Dopo quattro anni di battaglia, insomma, in Sicilia l’acqua rischia di rimanere ancora una volta in mano ai privati. Nonostante il plebiscitario referendum, nonostante gli amministratori pregiudicati e nonostante nei comuni a gestione pubblica dell’acqua sia più conveniente rispetto alle città dove operano i privati.

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