Combattono, reclutano, fanno propaganda e gestiscono i fondi del movimento. Le donne dello Stato Islamico ricoprono ruoli di rilievo e responsabilità, pari a quelli di chiunque sposa la causa del jihad. Le combattenti con il velo svolgono compiti tutt’altro che subordinati, come invece, spesso, si pensa: “Quello del ruolo delle donne nelle organizzazioni – spiega a IlFattoQuotidiano.it Paolo Maggiolini, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale ed esperto di terrorismo – è un dibattito che va avanti da tempo e che ha visto Isis prendere posizione: dal momento in cui fai parte dell’organizzazione, che tu sia uomo o donna, devi essere pronto a svolgere compiti e ricoprire ruoli al pari di tutti gli altri membri, senza che vi sia una netta distinzione di genere”.

Ed è anche questo uno dei motivi che stanno dietro alla capacità attrattiva del movimento che fa capo ad Abu Bakr al-Baghdadi nei confronti di centinaia di donne che dall’Occidente decidono di partire per unirsi all’autoproclamato califfato in Siria e Iraq. Un’attrazione dovuta in gran parte anche al messaggio contenuto nei video e nei testi prodotti da Isis: “L’organizzazione si presenta come una famiglia – continua Maggiolini – pronta ad accogliere chiunque sia pronto a spendersi per il jihad”.

Nessuna subordinazione, la donna deve essere pronta a combattere
Il dibattito sul ruolo della donna all’interno delle organizzazioni terroristiche di matrice islamista va avanti da tempo. Ci sono gruppi, come i Taliban o Al Qaeda, soprattutto nella figura dell’attuale leader, il dottore egiziano Ayman Al Zawahiri, che non prevedono la presenza delle donne in ruoli attivi, bensì come supporto all’attività. Ce ne sono altri che, invece, considerano la donna a tutti gli effetti un soggetto attivo, con compiti e, soprattutto, responsabilità identiche a quelle degli uomini.

“Una distinzione netta – spiega Maggiolini – è sempre molto complicata da fare anche perché, se si analizzano le singole realtà territoriali, si trovano delle differenze. Si può certamente dire, però, che esistono due correnti di pensiero e un dibattito ancora in corso. Da una parte l’idea portata avanti da Al Zawahiri, dall’altra, invece, quella che può essere ricondotta alla figura di Abu Musab al-Zarqawi. Quest’ultima è quella adottata e portata avanti dallo Stato Islamico che considera il terrorista giordano uno dei suoi più importanti ispiratori”.

Di casi isolati, in Al Qaeda, ce ne sono stati e ce ne sono anche oggi, basti pensare ad Aafia Siddiqui, meglio conosciuta come Lady Al Qaeda, considerata una delle figure chiave nella raccolta dei fondi usati per compiere l’attentato al World Trade Center, oppure a Nada Ma’id al-Qahtani. “Al Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap) – dice Maggiolini – è l’esempio di un gruppo dell’organizzazione che, in alcuni casi, è andato contro il pensiero di Al Zawahiri, impiegando anche donne in ruoli attivi. Nei gruppi presenti nell’area del Maghreb, invece, non è mai successo”.

Isis attrae le aspiranti jihadiste occidentali: “Si presentano come una famiglia”
Ciò che caratterizza lo Stato Islamico e lo differenzia dalle altre organizzazioni terroristiche è il flusso di foreign fighters diretti in Siria e Iraq. Per la prima volta, tra queste persone ci sono anche delle donne. Dal caso della 27enne napoletana Maria Giulia Fatima al più recente relativo alle tre adolescenti inglesi che hanno fatto perdere le proprie tracce all’aeroporto di Gatwick, fino alle 40 giovani australiane di cui ha parlato in Parlamento il ministro degli Esteri di Canberra, Julie Bishop. La rappresentante del governo australiano ha parlato di “schiave sessuali”, ma ciò che attira queste donne sembra essere altro.

“Ѐ difficile dire, in realtà, quali compiti queste ragazze svolgeranno – conclude Maggiolini – Certo è che, almeno nei proclami, non vi è alcuna differenza tra una jihadista irachena e una australiana. Una volta che decidono di abbandonare quella che fino a quel momento è stata la loro vita per il jihad sono considerate al pari di tutti gli altri membri dell’organizzazione”. L’attrazione nei confronti di Isis, però, è dovuta anche alla potenza del messaggio diffuso dai miliziani: “Lo Stato Islamico si presenta come una famiglia” pronta ad accogliere a braccia aperte le sue combattenti per il jihad.

Twitter: @GianniRosini