Nel silenzio pressoché generale – eccezion fatta per qualche breve da poche centinaia di caratteri – dei media mainstream di casa nostra, ieri la Fcc – l’Autorità Garante per le comunicazioni statunitense – ha preso una decisione che i media di oltreoceano hanno, ed a ragione, già definito “storica ed alla quale, ormai da ore, dedicano ampio spazio nei programmi di informazione e nei talkshow più seguiti.

Senza contare che il Presidente degli Stati Uniti d’America ha pubblicato sul sito della Casa Bianca e spedito a milioni di cittadini americani una lettera di una manciata di caratteri che si chiude con una sua firma, sotto un “grazie”.

Grazie, scrive Barack Obama ai suoi cittadini per aver supportato la decisione della Fcc, una decisione che senza il vostro attivismo non avrebbe visto la luce e che proteggerà l’innovazione e creerà parità di condizioni per nuove generazioni di imprenditori.

Certo, nelle parole del Presidente Usa, così come in molti dei titoloni dei giornali americani e nello stesso annuncio della decisione dato – tra commozione ed applausi – dal Presidente della Autorità per le garanzie nelle comunicazioni statunitense c’è, naturalmente, tanta enfasi politica.

Ma la decisione è e resta una decisione davvero storica e centrale nello sviluppo futuro di Internet.

La Fcc ieri – al di là di ogni tecnicismo che ci sarà tempo e modi di approfondire nelle settimane che verranno – ha deciso che i gestori delle autostrade dell’informazione, quelle attraverso le quali corrono e correranno sempre di più i dati che trasportano ogni genere di contenuto scambiato tra gli oltre tre miliardi di utenti di tutto il mondo, devono gestirle in modo assolutamente neutrale senza porre in essere alcun tipo di discriminazione in relazione ai servizi e/o ai contenuti forniti e fruiti.

I fornitori di risorse di connettività – mobile e fissa – non potranno esercitare alcuna forma di blocco o restrizione nell’accesso degli utenti a contenuti e servizi legali né garantire maggiori risorse a questo o a quel fornitore di servizi o contenuti in forza di qualsivoglia genere di accordo commerciale. L’infrastruttura di rete dovrà essere a disposizione di tutti – proprio come quella di qualsiasi altro servizio pubblico universale – a condizioni non discriminatorie. I giganti del web e quelli dell’editoria – presenti e futuri – non potranno comprarsi, grazie a multimilionari accordi con i fornitori di risorse di connettività, nessun privilegio in termini di accesso da parte di cittadini, utenti e consumatori ai propri contenuti e servizi.

Leggere il giornale sulle pagine della più griffata testata dovrà essere facile e veloce come leggere un post sull’ultimo dei blog d’oltreoceano e fruire di un servizio di prenotazione turistico attraverso l’app del leader di mercato non potrà essere più facile di fruire di un analogo servizio attraverso l’app dell’ultima delle startup sbarcata online, non ha importanza da quale garage.

Difficile raccontare e far comprendere il senso della decisione appena assunta dalla Fcc negli Usa in un Paese come il nostro che, a leggere i dati pubblicati nei giorni scorsi dalla Commissione europea, sembra non aver ancora capito sino in fondo la centralità di internet nell’età che stiamo vivendo e soprattutto continuare ad utilizzarlo in modo marginale, episodico e disomogeneo.

E’ naturale, probabilmente, che si trovino più interessanti le discussioni sul Rai Way gate – pure, naturalmente, centrali – o sull’ennesimo strappo interno al Partito democratico ed è probabilmente naturale che le notizie che più che rimbalzare filtrano, prevalentemente attraverso internet, su quanto accaduto ieri negli Stati Uniti, siano bollate come cose da geek, fanatici delle tecnologie o elite di addetti ai lavori. Ma è un errore. Pecchiamo di miopia. Guardiamo troppo vicino nel futuro se non addirittura nel passato.

Net neutrality andrebbe tradotto già oggi con “libertà” e poi declinata in termini di mercato, di pluralismo informativo e culturale e, per questa via, in termini democratici.

L’Italia – anche se, naturalmente, la dimensione di ogni futura decisione dovrebbe essere almeno europea – non può permettersi il lusso di non affrontare con urgenza il problema, di trattare quanto accaduto negli Stati Uniti con la sufficienza che si riserva ad una notizia che viene da lontano e con una scelta dalla quale, probabilmente, non dipende la tenuta di questo governo o la vittoria di questo o quello schieramento nelle prossime consultazioni elettorali.

Nessun Paese in Europa più del nostro dovrebbe avere la sensibilità storico-culturale necessaria a capire che non c’è e non ci sarà mai libertà né democrazia se l’infrastruttura di comunicazione – che si tratti dei giornali, della radio, della televisione di Internet o, domani, chissà di cosa – può diventare appannaggio di pochi ed essere gestita da questi pochi in modo discriminatorio in forza di accordi politici ed economici.

I danni fatti alla nostra democrazia – a tratti vien da dire mai nata – dal duopolio televisivo ‘Raiset’ e dall’oligopolio editoriale nel mondo dei giornali, sono ancora qui, sotto gli occhi di tutti a testimoniare che se non ci sono possibilità effettive di tutti, di condividere con tutti, informazioni, pensieri ed opinioni non c’è, né può esservi democrazia.

Guai a voler imporre la scelta americana in termini di Net neutrality al nostro Paese ed al resto d’Europa e guai, naturalmente, a pretendere che tutti la considerino necessariamente la migliore possibile – salvo peraltro leggerne una per una le declinazioni normative che verranno – ma, al tempo stesso, guai a non ritenere necessario almeno affrontare, con l’urgenza che merita, il problema, porsi la questione e risolverla per come la nostra sensibilità culturale, politica e democratica ci consentirà di risolverla.