La Commissione europea ha pubblicato ieri i dati relativi all’attuazione dell’agenda digitale nei diversi Paesi europei e, per la verità senza grandi sorprese, il nostro Paese si conferma in fondo alla lista dei 28 Paesi dell’Unione. L’indice Desi-Digital Economy and Society index ovvero l’indice dell’economia e della società digitale – racconta, senza alcuna ambiguità né possibilità di errore che l’Italia è venticinquesima in Europa. Siamo – e la Commissione europea lo mette nero su bianco senza esitazioni – nel gruppo dei 28 Paesi con “prestazioni basse” – in termini digitali – in compagnia di Bulgaria, Cipro, Grecia, Croazia, Ungheria, Polonia, Romania, Slovenia e Slovacchia. In una scala da 0 a 1 (dove 1 è il punteggio massimo, ndr), quella in cui si esprimono le “pagelle” del Desi, nel 2014, il voto assegnatoci da Bruxelles è 0,36.

E i dati all’origine di una tanto sonora bocciatura preoccupano ed allarmano più di quanto non faccia il voto di sintesi. Solo il 5,1% delle piccole e medie imprese italiane, ad esempio, utilizza l’ecommerce per la vendita dei propri prodotti e servizi e non sorprende, quindi, che a questi “pionieri” del digitale sia imputabile solo il 4,8 del fatturato complessivo delle imprese italiane.

Ma, probabilmente, alcuni dei dati che fanno più riflettere sono quelli relativi alla diffusione delle risorse di connettività tra le famiglie. Solo il 21% delle famiglie italiane, ad esempio, ha accesso ad una connessione a Internet veloce e solo il 51% ha un abbonamento a banda larga fissa. Si tratta, in entrambi i casi, delle percentuali più basse in assoluto nell’intera Europa. Siamo ventottesimi su ventotto.

L’unico vero primato italiano in termini di digitale, purtroppo, continua – come negli anni passati – ad essere un primato negativo: quello dei cittadini che non hanno mai utilizzato internet: addirittura il 31% degli italiani. Un dato di quasi quindici punti percentuale più alto rispetto alla media europea.

E segna una vittoria di Pirro l’unico vero risultato positivo relativo al livello di diffusione di servizi pubblici online perché tali servizi, pur essendo nel nostro Paese disponibili in misura maggiore rispetto alla media dell’Unione, sono utilizzati dai cittadini italiani in misura straordinariamente inferiore a quanto accade negli altri Paesi europei.

Siamo quindicesimi in Europa quando si guarda ai servizi pubblici resi disponibili online ai cittadini ma diventiamo venticinquesimi quando si guarda a quanti cittadini utilizzano davvero tali servizi. Un dato che secondo la Commissione è imputabile alle scarse competenze digitali dei cittadini italiani, alla modesta disponibilità effettiva di risorse di connettività, allo scarso uso che, in generale, facciamo di Internet ma, certamente, anche alla circostanza che i servizi online dell’amministrazione sono poco usabili e spesso non consentono neppure al cittadino il completamento di procedimento o adempimento rimanendo dietro al pc, imponendogli – anche qualora lo si inizi online – di completarlo poi attraverso il canale fisico.

E la Commissione, al riguardo, annota addirittura un dato inquietante: rispetto al 2013, la percentuale di moduli e formulari che l’amministrazione ha reso disponibile online ai cittadini è calata sensibilmente anziché aumentare.

Sono dati che devono necessariamente far riflettere non solo perché raccontano un’Italia così drammaticamente sotto la media europea e così lontana dagli obiettivi dell’Agenda digitale europea ma, soprattutto, perché se comparati a quelli degli ultimi anni – come hanno fatto a Bruxelles – restituiscono l’immagine di un Paese che arranca e che non riesce a risalire la china, buttandosi alle spalle il baratro (antidigitale) nel quale – è circostanza obiettiva ed innegabile – decenni di malapolitica dell’innovazione ci hanno fatto precipitare.

Senza un’autentica scossa digitale, la condanna del nostro Paese a diventare un’isola analogica alla deriva in un mondo sempre più digitale, diventa, ogni giorno, più probabile ed irrevocabile. I numeri, i dati, le tabelle di comparazione che rimbalzano da Bruxelles, purtroppo, non lasciano spazio ad interpretazioni di sorta. C’è davvero tanto da lavorare e bisogna lavorare in direzione diametralmente opposta rispetto a quanto, per interi lustri, si è fatto sin qui.

C’è bisogno, innanzitutto, di investire in cultura digitale, stimolare i cittadini all’utilizzo di Internet ritraendolo, in tutti i contesti – televisione pubblica e media mainstream inclusi – come una straordinaria opportunità anziché una pericolosa trappola e c’è bisogno, soprattutto, di rendere la nostra amministrazione digitale più usabile per i cittadini cambiandole – come ha twittato domenica scorsa Paolo Barberis, consigliere per l’innovazione del premier – [inter]faccia perché continuare a moltiplicare gli sforzi per “digitalizzare” l’amministrazione se poi i cittadini non usano i relativi servizi, serve solo a continuare a buttare dalla finestra risorse pubbliche.