Professionisti che lavorano per lo Stato e che per anni attendono che la pubblica amministrazione saldi le parcelle. Il racconto delle loro esperienze.

Il commercialista: “Oramai mi sono arreso, con il pubblico non lavoro più” –  “Ormai ho smesso, non lo faccio più. Alla fine ti devi arrendere”. Alberto, 59 anni, da 30 commercialista a Viterbo dove è titolare di uno degli studi più antichi d’Italia (50 anni di storia) ha deciso di non lavorare più per la Pa: “Le dico solo che una società controllata dal Comune mi deve ancora pagare una parcella di cinque anni fa, fa quasi ridere se non fosse la fotografia della crisi in cui sono precipitati gli Enti locali”.

Un declino duplice: “Tutti si devono dotare di un revisore, solo che le parcelle sono calate mentre le responsabilità cresciute a dismisura: questo vale per i Comuni più piccoli – dove l’onorario è duemila euro l’anno – e per quelli grandi come Roma, dove i revisori sono tre ma il lavoro è infinito”. I ritardi, nel settore, arrivano fino a 4 anni. “Ti pagano quando vogliono, e se possono. Il problema – ci spiega – è che da un lato ci sono i vincoli di bilancio, come il patto di stabilità interno, ma dall’altro c’è la miseria della politica: hanno difficoltà a far quadrare i bilanci ma poi spendono soldi per le sagre più incredibili per far felice questo o quell’altro assessore. Hanno introdotto la responsabilità erariale, con la vigilanza della Corte dei Conti, ma non hanno cambiato la mentalità. Ormai, chi ha qualcosa da perdere, con lo Stato non ci lavora più”.

Docente a contratto: “Accetto solo per il curriculum altrimenti non ne vale la pena” –  “Fai le lezioni, gli esami, i ricevimenti, le sedute di Laurea… tutto pagato a babbo morto”. Luisa, docente a contratto all’Università della Tuscia è una degli oltre 26 mila professori precari delle Università. Qui i ritardi arrivano fino a un anno. “Ti pagano puntuali solo nelle private, che sono delle eccezioni – spiega – nella maggior parte dei casi non è così: ci sono atenei che pagano a tre mesi, se va bene, altri a 6, altri ancora oltre un anno dopo. A me, ad esempio, devono ancora pagare un corso finito a maggio del 2014. E vi assicuro che ci sono molti posti che bandiscono contratti gratis, e c’è anche gente che accetta”.

Finora come ha fatto? “Semplice: fai mille lavoretti. Trovi altre docenze, fai tutoraggio nelle università telematiche, fai lezioni private… Visto che le spese per vitto e viaggio te le devi pagare da sola in pratica sei sempre in perdita. Lo fai solo per il curriculum, ma devi pur sopravvivere: io ho un bambino piccolo”. Colpa solo delle mancanza di risorse? “No, in molti casi la causa è l’incompetenza del personale o qualche impaccio burocratico: basta che cambia un direttore e si blocca tutto. Gli atenei ormai si reggono solo sui docenti precari, perché ostano poco e gli permettono di non utilizzare punti organico”.

L’avvocato: “Accogliere l’istanza di pagamento è l’ultima cosa” – “C’è il tuo lavoro, quello in cui difendi il cliente che non può permettersi un legale, e poi ce n’è un altro, dove cerchi di avere i soldi dallo Stato. Quest’ultimo è a tempo pieno”, scherza amaro Roberto, avvocato del Foro di Torino. Nel suo racconto c’è tutto il paradosso di una situazione ormai deteriorata: “Abbiamo una legge eccezionale, una Costituzione che ci impone di garantire la difesa ai non abbienti, eppure tutto viene vanificato da meccanismi bizantini che umiliano migliaia di professionisti, soprattutto giovani a inizio carriera. I giudici decidono in autonomia quanto pagarti, ti decurtano prima del 50 poi del 25 per cento la parcella, e la trafila è lunghissima, in media tre anni”. E continua: “Semplicemente, non siamo una priorità, né come capitolo di spesa, né come importanza, visto che accogliere l’istanza di pagamento è l’ultima cosa che i giudici fanno dopo aver scritto le motivazioni della sentenza. La beffa è che se fai ricorso ti tocca pagare il contributo unico, che oscilla tra i 120 e i 150 euro. La verità è che anche per lo Stato vale la mentalità per cui il difensore d’ufficio non si deve pagare”.

L’ingegnere: “Ho aspettato quattro anni per farmi pagare un progetto” – “Se non fosse per l’assenza di sevizie fisiche, lo definirei un calvario”. Quello che per Franco, ingegnere di 52 anni, titolare di una delle società più grosse d’Italia si è chiuso da poco: “Ho aspettato quattro anni per vedermi pagare il progetto di un edificio nel quartiere Eur di Roma”. Il meccanismo è lo stesso di centinaia di altri casi. “Nel 2011 vincemmo l’appalto del Ministero delle Infrastrutture: consegnammo i documenti nei tempi, ma per problemi interni la firma finale non è mai arrivata. Il ministero si è opposto al pagamento degli onorari per anni, e quando abbiamo vinto la causa non ha obbedito a un decreto ingiuntivo del Tribunale. La sentenza era talmente limpida che l’Avvocatura di Stato non ha neanche fatto appello”.
È successo altre volte? “Si, ormai la situazione è drammatica. In media le parcelle ti vengono saldate dalla Pa con 7 mesi di ritardo, spesso si arriva a un anno e mezzo. Molte imprese hanno chiuso i battenti con l’arrivo delle società Inhouse: sono pubbliche, ma di diritto privato, quindi possono fallire e lasciarti sul lastrico. A Napoli, per dire, avevamo presentato un progetto per la riqualificazione di Bagnoli. C’erano anche società internazionali. Al momento di essere pagati, la società è andata in difficoltà e ha portato i libri in Tribunale”.