A woman reads a tablet beside a fire pit on cold winter evening outside the Science Center at Harvard University in CambridgeIl fatto che si chiamino “nativi digitali” non significa che abbiano una naturale barriera protettiva dai rischi dell’uso delle nuove tecnologie. Anzi, quella dei ragazzi nati in un mondo multischermo è una condizione che non prevede un passato “analogico” ma una vita di immersione totale nel mondo digitale.

E’ di ieri la storia del 15enne ritrovato in stato confusionale alla stazione di Santa Maria Novella di Firenze al quale è stata diagnosticata una ‘dipendenza da Internet‘ che lo avrebbe portato a non ricordare nemmeno il suo nome. Il ragazzo ha dichiarato di avere pochi amici e di essersi recato a Firenze (da Perugia) per incontrare una persona conosciuta in chat e di aver passato diverse nottate sul web.

La vicenda, ripresa oggi da diversi programmi di approfondimento in Tv, viene affrontata mescolando troppi ingredienti in un calderone che finisce per essere fuorviante. In un servizio sul Tg Cronache di La7 veniva fatto un generico riferimento ai rischi di una tecnologia altrimenti utile allo sviluppo, per passare rapidamente a temi quali il cyberbullismo e la pedopornografia online, che hanno occupato tutto lo spazio rimanente.

La dipendenza da Internet non ha niente a che fare con questi fenomeni che pure vanno combattuti con tutti i mezzi. Non possiamo sapere se il ragazzo abbia manifestato i sintomi di disorientamento per via della dipendenza che gli è stata diagnosticata o se ci fosse dell’altro. La sua vicenda offre lo spunto per ricordare che il problema esiste e che nel nostro paese se ne parla troppo poco.

I ragazzi, oggi, ed è sotto gli occhi di tutti, vengono troppo spesso abbandonati davanti ai loro tablet per ora senza alcun controllo. Spesso per consentire un po’ di meritato respiro a genitori stressati e stanchi. Le famiglie finiscono per commettere involontariamente errori in questo senso. Bisogna che anche da noi si cominci a parlare di educazione all’uso delle nuove tecnologie. La rivoluzione epocale che stiamo vivendo – nessuna tecnologia intellettuale prima d’ora aveva portato cambiamenti così rapidi e radicali nelle abitudini quotidiane – va sviscerata e compresa, innanzitutto con l’aiuto della scienza.

Le neuroscienze in particolare già da un paio di decenni stanno analizzando come sta cambiando il nostro cervello. E i risultati non sono incoraggianti. Le aree del cervello più utilizzate per le attività online sono quelle deputate a veloci spostamenti della nostra attenzione da uno stimolo all’altro. Troppe distrazioni costringono a rifocalizzare continuamente l’attenzione producendo danni alla memoria con conseguenze sulla capacità di apprendimento. Imbarchiamo molte informazioni ma non ne tratteniamo nessuna perché la nostra “memoria di lavoro” (quella per intenderci che consente alle informazioni di essere immagazzinate nella memoria a lungo termine) è sovraccarica.

L’uso continuo delle stesse funzioni – grazie alla plasticità di cui è dotato il nostro cervello – si rafforzino a scapito di altre. Le zone deputate alle attività approfondite e prolungate, d’altro canto, si rimpiccioliscono fino a scomparire. La plasticità cerebrale non sa distinguere tra attività “buone” e “cattive”. Si adatta alle esigenze dell’ambiente. Il cervello di bambini e ragazzi è ancora in fase di sviluppo e ancora non sappiamo quali conseguenze può avere su di loro l’iperconnettività.

Negli Stati Uniti già nelle scuole elementari esistono attività in cui i ragazzi vengono invitati a riflettere sull’uso dei dispositivi tecnologici e sulle loro conseguenze. Nessuna tecnologia è dannosa in sé, ma può diventarlo se non se ne fa un uso appropriato. I bambini e i ragazzi – i cosiddetti nativi digitali – sono i più esposti a questi rischi.

Lungi dall’essere una critica alla tecnologia tout court, il mio è un tentativo di focalizzare l’attenzione su cosa si può e si deve fare perché un mezzo così portentoso nelle sue potenzialità non si trasformi per nostra incuria in un luogo pieno di insidie. Il primo passo è vedere il problema per quello che è, evitando le demonizzazioni inutili o le generalizzazioni fuorvianti. Per ottenere questo risultato bisogna che se ne parli a tutti i livelli: educativo, politico, filosofico e scientifico. Non possiamo sottrarci alla sfida. Ci siamo già dentro fino al collo.