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Di vecchi film, madeleine e nostalgie reazionarie

NON C’È DI CHE - Niente di meglio che affidare il nodo delle inquietudini contemporanee alle proprie Pagine di diario
Di vecchi film, madeleine e nostalgie reazionarie
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In un Paese dove tutto va a commedia, niente di meglio che affidare il nodo delle inquietudini contemporanee alle proprie Pagine di diario.

Ne La vita agra, il film di Lizzani tratto dal romanzo di Bianciardi con Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli (dire che sono bravi è sminuirli), il protagonista è un intellettuale anarchico che emigra a Milano con l’intenzione, prima o poi, di buttare giù con la dinamite il grattacielo dove ha sede l’azienda colpevole dell’esplosione che uccise 43 minatori nella cava del suo paese; ma fa carriera e diventa direttore marketing nella stessa azienda, cioè uno di quei borghesi benestanti e opportunisti che tanto odiava.

In questo ruolo Tognazzi rivolge spesso al pubblico i propri commenti sulla vicenda, con un camera look che anticipa di due anni quello reso iconico da Michael Caine in Alfie. Una delle tante cose notevoli di questo film (il rigoroso capo sezione comunista che quando fa il veterinario per le ricche affetta la erre blesa è da antologia). Lo riguardavo ieri quando mi ha colpito un dettaglio.

All’inizio del film, in fuga da una carica della polizia durante una protesta di piazza, la Ralli, una giornalista del Pci (“La lotta non è dell’individuo, ma delle masse!”), entra in una farmacia e chiede un Erbadol, un cachet per il mal di testa. L’Erbadol era un farmaco analgesico/antipiretico all’epoca molto diffuso in Italia, poi però abbandonato negli anni 70 perché, oltre alla salicilamide (una parente dell’aspirina, ma meno efficiente), conteneva aminopirina, un derivato del pirazolone che a volte causava agranulocitosi (calo dei globuli bianchi neutrofili) con rischio di infezioni letali. Questo dato scientifico, allora ignoto agli autori della storia, oggi trasforma la scena di Tognazzi che inghiotte quel cachet velenoso come un’allegoria dello sviluppo economico a cui il protagonista si oppone, per poi venire sconfitto da se stesso. Ennesimo esempio di satira involontaria e di originalità come effetto di lettura.

Rivedo con piacere i film italiani degli anni 60 perché il senno di poi dà un senso di prospettiva agli avvenimenti: certi film di denuncia acquistano tutto un altro spessore, ora che sappiamo di criminali di Stato come Federico Umberto d’Amato e Licio Gelli, ideatori e finanziatori della strage alla stazione di Bologna. L’altro motivo è la nostalgia per un’Italia che non c’è più. Nostalgia dell’infanzia, a ben vedere: il sentimento più stupido e disarmante che esista.

Il piacere nostalgico fu illustrato da Proust con l’episodio della madeleine: la inzuppò nel tè, se la mise in bocca e rivisse d’incanto le merende a Combray con la zia; quindi ci scrisse quel capolavoro che abbiamo letto tutti. (Avete mai assaggiato le madeleine? Io sì, ad Aix-en-Provence: sono esattamente come la cappella spugnosa dei muffin). Un’immagine di Nabokov (la vita come un tappeto individuale di motivi ricorrenti) ci aiuta a capire l’euforia di quel miracolo percettivo: nel ricordo involontario, evocato da una sensazione, il tempo si ripiega su se stesso come un tappeto; il momento presente si sovrappone a quello simile del passato; gli anni intercorsi spariscono; e la morte non c’è più. Io, se ascolto L’isola di Wight, di colpo mi ritrovo in sella alla mia biciclettina nella piazza deserta di Santarcangelo, una domenica pomeriggio d’agosto. Ho nove anni e sono ancora tutti vivi.

Ma la nostalgia è reazionaria: ti fa guardare al passato con occhio simpatico e cuore commosso, quindi senza quello spirito libero che, dominando dall’alto i fatti, ti permette di capire e di far capire. Nostalgia: nell’inverno degli anni 60, tra le nebbie agricole, la grande raffineria Anic di Ravenna da lontano sembrava Persepolis. Sguardo critico: il fumo giallo velenoso di quella raffineria nel film Deserto rosso di Antonioni e Torino Guerra, aiuto regista Flavio Nicolini (cui si deve la splendida scena della nave che pare attraversare i campi, una citazione di Lawrence d’Arabia con tutte le implicazioni del caso: l’industrializzazione come nuovo colonialismo, l’amore come miraggio ecc. ecc. non ve la faccio troppo lunga).

Qumran. Alcuni archeologi hanno trovato le tavole coi 10 comandamenti originali dettati da Dio a Mosè, prima che Mosè li modificasse perché li trovava puerili. Eccoli: 1) Non ti metterai le dita nel naso. 2) Ti laverai le mani prima di metterti a tavola. 3) Non ti mangerai le unghie. 4) Non starai troppo a lungo davanti al frigo aperto. 5) Non parlerai con la bocca piena. 6) Non urlerai. 7) Non correrai. 8) Non suderai. 9) Non giocherai con l’acqua. 10) Farai il bravo e dormirai.

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