Sabato 21 febbraio. Una pioggerellina incerta innervosisce le strade di Torino. Non abbastanza da impedire a centinaia di persone venute dalla valle di Susa e altrove per manifestare contro il Tav. Lo schieramento di forze dell’ordine è imponente. I neri e spigolosi furgoni blindati minacciano dal bordo del viale. Poliziotti, Carabinieri, Guardia di Finanza in assetto da combattimento attendono allineati.

In prima fila i sindaci della valle con la fascia tricolore: un segno forte di attaccamento alle Istituzioni, nonostante le posizioni antagoniste. Poi un trenino, di quelli che solitamente percorrono i centri storici delle città, porta bambini e qualche signora più anziana, che forse non ce la fa a camminare o forse è la nonna di qualcuno di quei piccoli. Una piccola banda di ottoni suona motivetti vari e anche Bella ciao. Poco più avanti il camioncino con gli amplificatori spara Deep Purple, Rolling Stones, Lynyrd Skynyrd a buon volume.

Due ragazzini con il fazzoletto al collo entrano in un bar di via Cernaia. Con gentilezza chiedono di potere andare in bagno. Con altrettanta gentilezza le due signore dietro al bancone rispondono di sì. “Grazie, abbiamo chiesto in altri quattro bar, ma ci hanno detto tutti di no”. “Ci mancherebbe, è un servizio pubblico”.

Fuori sfilano allegramente giovani incappucciati nelle loro felpe in odore di centro sociale, anziani barbuti che sanno di montagna, passano i cattolici per la valle e le bandiere nere degli anarchici, quelle rosse con falce e martello e lo striscione dei Npi – Nucleo Pintoni Attivi (per i non piemontesi il pintone è il bottiglione di vino) con lo slogan: ‘Dall’ultima battaglia all’ultima bottiglia’.

Sembra una sagra di paese per certi versi. Solo alcuni slogan anti-Digos ricordano i cortei del passato. Per il resto l’atmosfera è diversa.

Mentre passeggio su e giù per il corteo, mi passano davanti agli occhi le immagini della recente devastazione di Piazza di Spagna e della sua fontana da parte dei tifosi olandesi del Feyenoord. Certamente, ci sono state parole di indignazione da tutte le parti (e ci mancherebbe!), ma quanti di quei vandali saranno arrestati? Quanti saranno accusati di terrorismo? Ci sono, invece, esponenti del movimento No-Tav in carcere e molti altri su cui pende l’accusa di terrorismo, magari perché hanno sabotato un escavatore il cui valore è difficilmente comparabile con l’opera dei Bernini padre e figlio. Peraltro non è la prima volta che le violenze che fanno da corollario al calcio finiscano per avere come effetto distruzione e devastazione, magari non sempre di monumenti, ma di arredi urbani, auto e vetrine sì.

È significativo notare il differente comportamento di autorità e polizia nei confronti dei tifosi rispetto a quello riservato a chi manifesta per qualche idea o principio politico. A nessun gruppo di tifosi è mai stato riservato un trattamento simile a quello della scuola Diaz di Genova nel 2001 o del presidio di Venaus nel 2005. Il carico di violenza e di accanimento usato in questi e altri casi di manifestazioni “politiche” è senza dubbio superiore a quello adottato verso i tifosi. Lungi da me esaltare i manganelli, ma i due pesi e le due misure suggeriscono che dietro ci sia sempre la difesa di interessi specifici. Il calcio è una macchina da soldi, in nome del quale si possono tollerare insulti, violenze, ricatti (ricordiamo Genny a’ carogna?) perché funzionali o comunque organici al sistema. Anche le grandi opere come il tunnel in val di Susa creano un giro di affari notevole ma chi protesta questa volta è contro e pertanto va represso. La violenza, se utile allo Stato e ai poteri economici può essere tollerata, minimizzata, relativizzata e non troppo contrastata. Se una qualsiasi forza si oppone alle stesse istituzioni e agli stessi poteri in nome di una idea, viene invece subito demonizzata, combattuta pesantemente a volte repressa.

La pioggia continua a cadere, ma sono in circa diecimila a sfilare tra canti, slogan e musiche provenzali. I poliziotti che chiudono la manifestazione si schierano in coda e le loro divise scure d’improvviso fanno da sfondo a due signori, un uomo e una donna che con scopa e paletta raccolgono i rifiuti lasciati dai manifestanti. Pochissimi.