Approvazione a tarda notte in un’aula semivuota. Il percorso delle riforme istituzionali prosegue così, con l’Aventino dell’opposizione (con l’eccezione di una manciata di deputati del M5S e di Fi “a presidio del regolare andamento dei lavori”) e il premier che non solo dice “avanti così”, ma non risparmia lo sfottò alle forze politiche che hanno scelto di non esserci: “Grazie alla tenacia dei deputati terminati i voti sulla seconda lettura della riforma costituzionale. Un abbraccio a #gufi e #sorciverdi“. Così, su Twitter, Renzi commenta l’approvazione di tutti gli articoli del disegno di legge di Riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione. La risposta di Renato Brunetta (che ieri aveva detto, appunto, “faremo vedere i sorci verdi a Renzi”), è arrivata pochi minuti dopo, sempre via Twitter: “Matteo Renzi buuuuuuu…Ride bene chi ride ultimo, in Etruria e dintorni”. “Il combinato disposto della legge elettorale e della riforma costituzionale – aggiunge il capogruppo berlusconiano a Montecitorio al Gr1 – produce un mostro giuridico che mette a repentaglio la stessa democrazia parlamentare. Per questa ragione presenteremo al presidente della Repubblica un testo elaborato che sarà il nostro manifesto per la difesa della Repubblica”. Secondo Brunetta Renzi rimpiangerà l’accordo con Berlusconi, anche se restano margini per ricomporre la rottura: “Tutto dipende da Renzi. Se smetterà di fare il bullo, noi ci saremo, se continuerà a fare il bullo, peggio per lui”. La replica è affidata al vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini: “Mi auguro che sulla partita delle riforme costituzionali così come sulla legge elettorale ci sia la capacità di ritrovare il filo di un comune ragionamento perché le regole del gioco riguardano tutte le forze politiche non solo la maggioranza”.

Ma nel frattempo questo nuovo capitolo ridisegna – di nuovo in pochi giorni – i contorni dello scenario politico. Se fino alla scorsa settimana il Nuovo Centrodestra sembrava sepolto, ora Angelino Alfano fa valere i propri pochi ma indispensabili voti: “Noi di Ncd e Udc abbiamo votato le riforme costituzionali e siamo protagonisti di un nuovo patto costituente che renderà le nostre istituzioni più moderne ed efficienti. Siamo pronti a fare presto per consentire agli italiani di pronunciarsi il prossimo anno”. Il ministro dell’Interno non chiude la porta però a Forza Italia: “Nel voto sulle riforme sarebbe stato auspicabile avere un più ampio novero di partiti favorevoli: noi, dopo la rottura completa abbiamo ritenuto di andare avanti. Al voto finale speriamo partecipi anche Fi, sono per riaprire il dialogo”.

Come previsto, ci è voluta una maratona notturna alla Camera per mandare avanti il ddl riforme. L’esame degli emendamenti e l’approvazione quindi dei 40 articoli che riscrivono la Costituzione avviene però alla presenza della sola maggioranza: “Credo che a rammaricarsi debbano essere il centrodestra, le opposizioni – commenta Renzi parlando in Transatlantico a Montecitorio – noi bene così, andiamo avanti”. Assenze che sono “una ferita istituzionale”, ammette il deputato Pd Ettore Rosato chiudendo i lavori dell’Assemblea che vengono accolti da un applauso dei deputati. Anche se, aggiunge, “il percorso è ancora lungo e riusciremo a fare in modo che tutti sentano propria” questa riforma. A voler sottolineare poi l’importanza del passaggio che si è appena concluso la presenza proprio del capo del governo, che poco prima della chiusura dei lavori aveva fatto il suo ingresso nell’emiciclo.

Il secondo atto della partita sulle riforme non si è però ancora consumato: per il via libera finale al provvedimento occorrerà aspettare i primi giorni di marzo. A segnalare simbolicamente la disponibilità al confronto il Pd sceglie di lasciare in coda l’esame dell’articolo 15 sul referendum, oggetto di un aspro braccio di ferro con il M5S che chiedeva l’eliminazione del quorum. La mossa di accantonare le misure in questione quasi fino alla fine non sortisce però alcun effetto.

Sul metodo, invece, le critiche più dure arrivano dagli esponenti della sinistra Pd. Come Alfredo D’Attorre, che ieri ha parlato di “ruolo debordante del governo”. O come Stefano Fassina, che dice: “Avremmo dovuto sospendere i lavori e cercare un dialogo con le opposizioni, per non ripetere gli errori del 2001 e 2006 con azioni unilaterali sulle riforme”. Il senatore democratico Vannino Chiti insiste: “Suscita preoccupazione e sconcerto quanto è avvenuto alla Camera: procedere con l’assenza delle opposizioni non è un segno di determinazione ma l’esito di una sottovalutazione politica”.

 

Tra le novità approvate dalla Camera spunta una modifica alla maggioranza parlamentare necessaria a deliberare lo stato di guerra: d’ora in poi per l’ok, che però con la riforma spetterà alla sola Camera dei deputati, servirà la maggioranza assoluta dei voti e non più solo quella semplice. Un passo che rappresenta un ragionevole punto di “mediazione” secondo il ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi. Opinione non condivisa da tutti: “Con una legge elettorale maggioritaria – osserva Rosy Bindi – che darà il 54-55% a chi vince, questo emendamento non è sufficiente a garantire che in futuro vi sia il rispetto della Costituzione che dà al capo dello Stato la facoltà della dichiarazione dello Stato di guerra”.