Censurato da Tavecchio, “incauto” secondo Malagò, attaccato duramente da istituzioni e commentatori del mondo del pallone. Ma cosa ha detto o fatto di tanto sconvolgente Claudio Lotito? Solo essere se stesso, e dire senza troppi filtri come stanno le cose. Non minacciare, perché l’intercettazione divulgata dal direttore generale dell’Ischia Pietro Iodice assomiglia più ad una conversazione fra amici che ad un atto intimidatorio (come dimostra il tono con cui anche il dirigente campano si rivolge all’interlocutore, chiamato più volte “Pres”). E certo non mentire, perché un fondo di vero nelle parole di Lotito esiste, e neanche troppo nascosto.

Premessa. Lotito dice che “Macalli sta sul cazzo a tutti e nessuno lo discute”. Bè, lo stesso vale anche per Lotito. Rozzo e sguaiato, col suo fare da padre-padrone non piace a nessuno: persino i suoi tifosi lo detestano cordialmente. Però è anche uno che ha rimesso in piedi una squadra sull’orlo del fallimento, e dal nulla è riuscito a diventare il signore del pallone. Ci sa fare, insomma. E delle sue parole bisognerebbe cogliere anche la sostanza, oltre la forma (su cui c’è poco da discutere).

Non è un mistero che in Lega Pro sia in atto una guerra politica pericolosa, in cui i primi a rimetterci potrebbero essere le piccole società che già fanno fatica ad arrivare a fine stagione. Una soluzione andrà pur trovata a quel bilancio non approvato, al taglio dei contributi Figc, alla distribuzione delle risorse vitali per i club. E Lotito – che è anche presidente della Salernitana – quando chiama un dirigente con cui siede in consiglio di Lega fa qualcosa che accade ogni giorno. Certo, sta muovendo mari e monti per salvare la poltrona di Macalli. Ma c’è pure chi fa l’opposto.

Nella bufera sono finite anche altre frasi. Quella con cui dà praticamente dello “scaldasedia” al presidente di Lega Maurizio Beretta, che “decide zero”. Bè, neanche il diritto interessato si è offeso più di tanto: due anni fa quando fu eletto al termine di una lunga trattativa, fu scelto proprio in qualità di figura di garanzia, “notaio” delle decisioni dei presidenti vincitori della battaglia (Lotito in primis, ma non solo). Probabilmente è arrivato il momento di nominare un presidente vero, che sappia guidare i club e non solo assecondarli. Ma non perché Lotito abbia detto o meno certe parole.

Capitolo Serie B. Le favole delle piccole squadre sono l’essenza del pallone. E i tifosi del Carpi hanno tutto il diritto di risentirsi, protagonisti di una stagione strepitosa che meriterebbe di essere coronata con la promozione. A loro però va anche l’augurio di essere all’altezza della Serie A. Discorso valido per tante altre realtà del nostro campionato, sempre più livellato verso il basso. La crisi parte dall’alto e dal decadimento delle grandi, ma l’Italia oggi non ha la qualità per permettersi una Serie A a 20 squadre; la Serie B addirittura a 22 è una follia, un lunghissimo “gioco dell’oca” dagli esiti imprevedibili; la Lega Pro è scesa a 60 club e sono comunque troppi. La riforma dei campionati, insomma, è una necessità non più derogabile. Si può discutere su come attuarla (il meccanismo ad una sola promozione a cui allude Lotito sarebbe la morte del calcio) ma qualcosa si deve muovere. Perché il pallone ormai è un prodotto, e come tale deve mantenersi di qualità per essere venduto. Altrimenti il declino sarà progressivo e ineluttabile.

Questo – al netto dei modi da guappo e degli ovvi, evidenti interessi personali – è il senso dell’intercettazione di Lotito. Da condannare, ma anche ascoltare attentamente. Se poi ci saranno altre e più gravi conversazioni le giudicheremo. Ma per adesso abbiamo ascoltato solo alcune tristi verità del nostro calcio (compreso lo scarso spessore dei suoi dirigenti, di chi usa certi toni e di chi li registra, pubblicandoli casualmente alla vigilia di un’assemblea decisiva). E la verità spesso fa male.

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