Secondo il codice penale il “delitto” contestato prevedeva teoricamente pene fino a 15 anni di carcere. Il giudice per le udienze preliminari di Bologna Gianluca Petragnani Gelosi ha però completamente scagionato una coppia di San Lazzaro di Savena, accusata di avere falsificato lo stato civile del proprio figlio, nato con la tecnica della madre surrogata. La storia inizia a fine 2013 quando il piccolo, che chiameremo Stefano, viene dato alla luce da una donna ucraina, a Kiev, visto che la signora italiana (la chiameremo Lucia), 50enne, non può avere figli. Il seme invece è quello del marito (lo chiameremo Paolo). Il certificato di nascita, redatto nel Paese dell’ex Urss, indica come genitori proprio Paolo e Lucia: la legge ucraina concede infatti la possibilità alle coppie che praticano la “maternità surrogata” di vedersi riconosciute anche legalmente la maternità. È questo peraltro uno dei motivi per cui dall’Italia verso Kiev è iniziato un vero e proprio turismo della maternità. Centinaia di coppie desiderose di avere figli partono verso est ogni anno perché, complice la Legge 40, in Italia finirebbero in galera.

Poche settimane dopo il parto, il padre si presenta in Ambasciata italiana a Kiev per preparare il viaggio verso l’Italia per il proprio figlio, ma soprattutto per fare richiesta di trascrizione del certificato di nascita nei registri comunali di San Lazzaro di Savena. Porta con sé tutti i documenti e, al contrario di quanto fanno molti connazionali nella sua stessa situazione, non nasconde il ricorso alla madre surrogata. Ma la legge è legge. I funzionari dell’Ambasciata segnalano a entrambi i coniugi che quello che stanno facendo va contro l’ordinamento italiano. Paolo e Lucia però insistono fino a quando a gennaio 2014 l’Ambasciata invia tutti i documenti al Comune e alla procura della Repubblica di Bologna che apre un’inchiesta per violazione dell’articolo 567 del codice penale. Il reato è quello di “alterazione di stato”. Parte un’inchiesta, marito e moglie sono indagati. Contemporaneamente negli uffici del Comune alle porte di Bologna non sanno che fare. Per sette mesi Stefano non esiste per l’Italia. Va avanti così finché ad agosto 2014 un funzionario comunale decide di sua spontanea volontà di trascrivere il certificato di nascita: Lucia e Paolo ‘diventano’ i genitori del piccolo Stefano.

Tuttavia la giustizia implacabile va avanti e il pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio della coppia, difesa dell’avvocato Angelita Tocci, del foro di Bologna. Ma il gup Petragnani Gelosi rigetta la richiesta di processo e proscioglie i coniugi perché “il fatto non costituisce reato”. Perché la loro azione fosse illegale Paolo e Lucia avrebbero infatti dovuto presentare all’Ambasciata documenti falsi od omettere che la madre ‘biologica’ fosse la donna ucraina. Ma così non è stato, secondo il gup, visto che i due non hanno mai fatto mistero della madre surrogata. Ma il giudice fa di più. Legittima ed esalta il gesto del funzionario comunale di San Lazzaro: “Brilla come pochi per spirito di servizio e sensibilità giuridica”, scrive il giudice. Secondo il Gup infatti la Corte europea ha già stabilito che uno Stato nazionale non può non riconoscere un rapporto di parentela come quello di Paolo, Lucia e Stefano, nato dal ricorso alla madre surrogata. Violerebbe l’articolo 8 della Convezione dei diritti dell’uomo del 1950, che stabilisce che “ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare” e non ci può essere “ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto”.