Ucraina @Mauro Corinti
@Mauro Corinti

Ivan ha occhi candidi di una bianchezza lucente. L’iride e la pupilla, dello stesso color nocciola, li rendono grandi occhi. La bocca ha una fattezza delicata di un rosa poco più intenso del viso. Ivan S. è un bambino di 5 anni che ha trascorso mezza estate tra i giochi e il pensiero a cosa sarebbe stato, per lui, il primo giorno di scuola.

Il 12 agosto alle ore 15.00 una bomba è esplosa accanto alla sua stanza poco distante da Lugansk. Ivan stava commettendo un grande crimine contro l’umanità. Con una matita colorata disegnava su un pezzo di carta. Il suo era un lavoro di fantasia. Non poteva immaginare che nella sua camera era proibito coltivare sogni. La deflagrazione in un attimo ha spezzato tutto quello che sembrava durevole. La combustione rapidissima e fragorosa, caratteristica degli esplosivi da lancio, ha sollevato Ivan dalla sedia, alzandolo verso il soffitto, per poi lasciarlo cadere di botto contro quello che restava del pavimento, sopra i vetri delle finestre rotte. La testa di Ivan ha battuto forte. Paralisi e precoma immediato.

Impossibile raggiungere un ospedale. La guerra blocca le strade.

Solo 2 giorni dopo, passate 48 interminabili ore, Ivan viene ricoverato in terapia intensiva e gli vengono somministrati i farmaci per non lasciarlo cadere in coma. Con lui lotta il suo medico. Si accorda con l’ospedale di Kharkiv per inserire d’urgenza il piccolo. Parte con elicottero militare. Lo accompagnano quelli del “cargo 200”, il mezzo che porta i cadaveri dei caduti al fronte. Pensano che Ivan non abbia molto più tempo da vivere. Forse perché non possono vedere i suoi occhi.

A Kharkiv viene operato immediatamente. Nella sua testa i sogni lottano contro il liquido cerebrale sparso ovunque. La situazione è gravissima. L’unico posto in cui per Ivan ci sarebbe qualche speranza è Kiev, all’Istituto di Neurochirurgia, dove c’è Soleterre che ha attrezzato sale operatorie adeguate. Da dieci anni curiamo bambini con tumore cerebrale. Ivan è il primo che arriva per causa di bomba.
Le cose stanno cambiando in peggio.

È a Kiev che incontro Ivan. Nonostante le sue condizioni siano molto complesse, ha riaperto gli occhi. Ha una neoplasia con emorragia cerebrale. Mi avvicino lentamente. Ho con me un pupazzo speciale, una marionetta che ritrae il russo Yosek, un porcospino protagonista di un cartone animato molto amato in Ucraina.

Anche oggi Yosek riesce in un’impresa impossibile. Il piccolo Ivan sorride. Restiamo insieme. Poco dopo inizia, però, a piangere. Mentre mi allontano. È certo: vuole stare con Yosek. Ritorno sui miei passi, porgo a Ivan Yosek e rivedo il suo sorriso. Yosek ha trovato casa!

@Mauro Corinti

Esco dall’ospedale, attraversando corridoi in cui bambini amputati dal cancro cercano di farsi coraggio. Ci mancava solo la guerra. Fuori sono coinvolto da un gruppo di persone che chiedono soldi per i soldati al fronte. Dicono che l’esercito ucraino “non li ha neppure per la divisa”. Servono per difendere la patria, “dobbiamo lottare”. Si salutano inneggiando alla gloria ucraina e agli eroi. (Slava Ukrainy! Geroyam Slava!)

Rientro in Italia. Leggo rapporti di politica internazionale, ascolto le ragioni di colleghi e conoscenti ucraini e russi. Penso alle retrovie del fronte, feriti, proiettili, spari isolati. Sono andato laggiù per monitorare gli ospedali chiusi e distrutti dalla guerra.

Mi chiedono cosa penso di questa guerra e perché non mi schiero. Penso che l’Ucraina è indipendente dal 1991 e la comunità internazionale, si è totalmente disinteressata per 24 anni di questo paese. Lasciato nelle mani di oligarchi. Sorda alle denunce di ONG che come Soleterre mostravano dati, nomi e storie di bambini malati di tumore amputati con sega manuale per mancanza di mezzi. A pochi chilometri da Chernobyl, laddove pensavo si potesse insegnare al mondo a curare il tumore.

Per rispondere bene, però, mi serve un giorno di tempo.

24 ore dopo il mio incontro con Ivan, mentre lo stavamo preparando per l’intervento chirurgico, Ivan ha avuto una trombosi profonda della vena centrale. Stiamo lavorando per salvare la sua vita. Forse Ivan non ce la farà.

Per causa di Ivan io sono profondamente contrario a ogni ragione addotta a favore di ogni possibile forma di violenza e guerra. La guerra uccide i bambini, che sono tutti uguali in diritti e dignità. Che hanno gli occhi grandi, come quelli di Ivan. Li uccide con le bombe e non importa sapere chi è stato a lanciare l’ordigno. Non ci sono ragioni per la guerra. Mai.