Identificazione-parziale-di un’attrice: “Ho interpretato Oriana Fallaci, ma non per questo ho l’obbligo di difenderla a ogni costo o di esser d’accordo con tutto quel che ha detto o ha fatto nella vita”. Per indossare i panni della scrittrice, i comuni natali fiorentini non sono bastati: “Ho dovuto leggere i suoi libri, attingere a un’incredibile quantità di fonti, provare a restituire la complessità di una donna difficile, controversa, contraddittoria, mai riducibile a un solo aggettivo”.

Il risultato de L’Oriana, quindicesima opera di Marco Turco che già l’aveva scelta per dipingere gli abissi esplorati da Franco Basaglia, è una follia di ambizione e sintesi per immagini a cui Vittoria Puccini vorrebbe fosse riconosciuta soprattutto una dote: “Credo che il film abbia soprattutto un paio di meriti”. Il primo: “Non aver voluto costruire santini apologetici”. Il secondo: “Far fluire le emozioni senza concedere il proscenio a polemiche vuote e inutili”. Sostiene Puccini che Oriana non sia solo indefinibile, ma anche sfuggente e che nella sua proiezione conclusiva, prepotentemente politica, ognuno inevitabilmente abbia desiderato vedere la propria Fallaci: “Ed è un paradosso perché Oriana non era di nessuno e non si è mai concessa a nessuna chiesa politica. Per quelli di destra era troppo di sinistra, per quelli di sinistra era troppo di destra. Conservatrice, sovversiva, estremista, democristiana. L’hanno definita in mille modi. La mia impressione è che affrontando il rischio di risultare antipatica o scorretta, Fallaci si sia fatta guidare soprattutto dall’istinto. Di essere impopolare o al passo con le mode non le importava nulla. Sentiva. Agiva. La parola chiave per lei è sempre stata indipendenza”.

In attesa di veder presto la fiction prodotta da Domenico Procacci per Fandango in due puntate su Raiuno (16 e 17 febbraio, dopo una breve lampo nei cinema) Vittoria Puccini parla del suo lavoro con la stessa voce roca figlia dell’inverno e del ruolo appena accantonato: “Sono consapevole che per disegnare un personaggio come Oriana non sarebbero bastate 20 puntate”.

Ne avete girate due. Ora sottoposte alla prova del pubblico.
Al di là dell’approvazione collettiva , mi piacerebbe che si avvertisse la passione con cui abbiamo affrontato l’impresa. È stato un bel viaggio, L’Oriana. Un viaggio complicato. Ci interessava mettere in evidenza il contrasto tra una donna innamorata del proprio mestiere, dura, spigolosa, spesso respingente e la Fallaci intimamente fragile. Nascosta. Meno visibile.

Credete di esserci riusciti?
Credo che il lavoro porti alla luce le contraddizioni di una donna straordinaria che ha saputo farsi amare e odiare riuscendo a rimanere comunque se stessa. Una persona a cui mancavano affetti stabili e che allo stesso tempo comprendeva come certi desideri fosse incompatibili con la libertà che si era sempre concessa.

Quale libertà?
Avere una curiosità impellente, chiudere una valigia e partire alla volta di paesi sconosciuti al solo scopo di darle forma.

Nel film traspare l’irrequietezza.
Anche sentimentale. Nell’amore con Panagulis, mentre la storia le passa accanto, si incontrano generosità e timori, dolori e gioie, il lato meno noto della Fallaci. Quello più nascosto. La solitudine dell’intellettuale che forse non si sentiva poi troppo apprezzata dai pari grado del suo tempo.

Annalena Benini su “Il Foglio” ha criticato il film: “Ci sono le più famose cartoline illustrate su di lei, ma manca Oriana”.
È un punto di vista, rispettabile, ma non è l’unico. Potrei parlarle degli applausi alla proiezione di Milano, ma non faccio l’agit prop. C’è a chi il film piace e c’è a chi piace meno. Lo trovo giusto. Mi aspettavo che avrebbe diviso e sono felice che se ne parli comunque. Il problema è l’indifferenza. Il problema esiste quando le cose passano sotto silenzio e non vengono considerate.

Si è mai chiesta cosa avrebbe detto Oriana Fallaci del film di Turco?
Ci avrebbe probabilmente massacrati. Ma avrebbe apprezzato l’onestà. Tutto si può dire del film tranne che non sia onesto.

Fallaci giurava di non scrivere né per i soldi né per la gloria. Lei per quale ragione recita?
Per passione. Ma se le dicessi che dei soldi, del successo o del plauso del pubblico non mi importa nulla mentirei e sarei un’ipocrita. Faccio un mestiere che richiede grande disciplina. Cerco di non dimenticarmelo mai.

Lei è diventata attrice quasi per caso.
Ai tempi di Elisa di Rivombrosa, il riverbero dell’improvvisa fama fu un mezzo choc. Non mi conosceva nessuno e a un tratto mi trovai catapultata in un circo. Mi chiamavano ovunque: per il video musicale, per la fiction e anche per la comparsata al centro commerciale con la promessa di coprirmi di denaro. Non mi sento affatto snob e sono molto laica, ma all’epoca si trattò di fare delle scelte precise.

La più importante?
Tentare di non rimanere nella morsa del quarto d’ora di celebrità warholiano. Non disperdere energie, spendere il meglio di ciò che avevo nel migliorarmi. I set mi piacciono, entrare nella vita degli altri interpretando un ruolo, ancor di più. Sprecare il colpo di fortuna sarebbe stato un peccato. Mi sono protetta. Ho ragionato. Non sono pentita.

Dal Fatto Quotidiano del 6 febbraio 2015