Fino all’altroieri, quando qualcuno mi chiamava “direttore”, mi voltavo all’indietro, pensando di avere alle mie spalle Antonio Padellaro. Da oggi continuerò a voltarmi all’indietro, sperando di avere alle mie spalle Antonio Padellaro. Direttori si nasce e lui, modestamente, lo nacque. Io no. Tutto pensavo e sognavo di fare nella vita, fuorché il direttore. A me piace scrivere, girare, incontrare i lettori e continuerò – nei limiti del possibile – a farlo. Ma, avendo fondato il Fatto con lui e con un pugno di amici e colleghi ormai quasi sei anni fa, pare che ora tocchi a me. Ci proverò con tutte le forze. Ho tentato di imbullonare Antonio sulla sua sedia, ma alla fine è riuscito a svitarsi. Il perché l’ha spiegato ieri, e lo ringrazio. Il suo comunque è tutto fuorché un commiato. Continuerà a scrivere come e più di prima, ora che le incombenze un po’ fantozziane di megadirettore le ha passate a me. E ci guiderà come presidente della nostra società editoriale, che ha tutte le intenzioni di espandersi ancora, con nuove firme e nuove offerte sotto l’impulso della nostra amministratrice Cinzia Monteverdi e del direttore del nostro sito Peter GomezSpero che questi quasi sei anni insieme mi abbiano trasmesso qualcosa del suo equilibrio, della sua capacità di “pensare il giornale”, di gestire la redazione e di sintonizzarsi con i lettori, ma soprattutto della sua abilità a rivoltare le notizie per vederle sempre nel verso più originale e autentico, dunque diverso da quello della vulgata del conformismo corrente. Prima di lui avevo imparato molto dal contatto diretto con altri direttori che hanno creduto in me: dal mio primo a Il Nostro Tempo di Torino, Domenico Agasso, al duo Indro MontanelliFederico Orlando al Giornale e alla Voce, a Daniele Vimercati all’Indipendente e poi al Borghese, a Claudio Rinaldi, Daniela Hamaui e Bruno Manfellotto all’Espresso, a Claudio Sabelli Fioretti e ad Andrea Aloi a Cuore, a Furio Colombo, allo stesso Padellaro e poi a Concita De Gregorio all’Unità, a Enzo Biagi a Il Fatto (quello televisivo), naturalmente a Michele Santoro prima ad Annozero e poi a Servizio Pubblico (e non cito i direttori, fisicamente più distanti, delle testate con cui pure ho collaborato, altrimenti facciamo notte).   Della linea del Fatto non c’è da toccare una virgola: era e resta la Costituzione, che noi amiamo così com’è. Magari con qualche aggiornamento, ma senz’alcuno stravolgimento, specie da parte dei ceffi che da vent’anni ci tengono sopra le zampe. Dire “Costituzione”, in un giornale, si traduce nell’impegno a dare notizie vere e verificate, senza riguardi né sconti per nessuno. Anche e soprattutto quelle che gli altri non possono dare. E – ma sì, diciamolo – anche quelle che qualche lettore embedded non vuole sentirsi raccontare, per non dover mettere in discussione i propri pregiudizi. “Conoscere per deliberare”, diceva Luigi Einaudi. Conoscere spetta (anche) a noi. Deliberare, no. Rileggevo l’altro giorno, per trovare le parole, i primi editoriali di Indro Montanelli su La Voce, nata 21 anni fa da un’esperienza per molti versi simile a quella del Fatto (salvo che per un piccolo particolare: la presenza di Montanelli). “Noi – scriveva – saremo certamente all’opposizione. Un’opposizione netta, dura, sia che vinca l’uno sia che vinca l’altro. Il difficile sarà distinguerci dall’altra opposizione. Se vince questa destra noi certamente le faremo opposizione, cercando però di distinguerci da quella che faranno a sinistra. Se vince la sinistra noi faremo opposizione ugualmente ferma, cercando di distinguerci da quella che faranno gli uomini della cosiddetta destra”.

Stare all’opposizione, per un giornale, non significa dire che va tutto male e che sono tutti brutti e cattivi. È un atteggiamento mentale che porta a dubitare sempre degli ipse dixit del potere, di qualunque colore esso sia, e di andare a verificarli alla prova dei fatti. Anzi, del Fatto. Specie in un Paese dove la tendenza dominante è esattamente quella opposta: prendere per buone le parole dei potenti, incensarli, beatificarli, far loro da cassa di risonanza, ripetere che viviamo sempre sotto il migliore dei governi e dei presidenti possibili, salvo poi scoprire (sempre troppo tardi) che ci hanno ingannati, derubati e rovinati.   Noi – i nostri lettori più attenti lo sanno bene – non siamo né penne all’arrabbiata né pennette alla bava “a prescindere”. Critichiamo e (più raramente, purtroppo) elogiamo chi pensiamo lo meriti, cercando di argomentare e documentare le nostre ragioni, e appena possibile avanziamo proposte concrete in alternativa a ciò che non ci piace. Se veniamo dipinti come bastiancontrari, criticoni, rosiconi, gufi, mai contenti, professionisti del mugugno e del risentimento, è solo perché il resto del panorama è “tutto va ben madama la marchesa”. E far la figura dei fessi non è una bella vocazione: meglio gli “apoti” di Prezzolini, “quelli che non la bevono”. Dovendo proprio scegliere, meglio sbagliare per eccesso di critica che di piaggeria. Siamo una squadra di giornalisti onesti, in gran parte giovani, e di collaboratori prestigiosi dei più diversi orientamenti, ma accomunati dall’amore per il rischio e per la libertà. Non abbiamo mai preteso di essere più bravi degli altri. Solo più fortunati: ci siamo fatti il giornale che volevamo, senza padrini né padroni (chi ha cercato di attribuircene qualcuno ha dovuto battere ogni volta in ritirata). Quando sbagliamo lo facciamo in proprio, non per conto terzi. Non abbiamo mai voluto finanziamenti pubblici e ci siamo condannati – per come siamo fatti – a non poter contare su grandi introiti pubblicitari, ma soltanto sulle nostre forze e su un gruppo di azionisti-editori privi di conflitti d’interessi che non mettono becco nella fattura del giornale. La nostra fortuna più grossa è una pattuglia di lettori e di abbonati speciali, molto attivi e partecipativi, che conosciamo quasi uno per uno: di persona o per iscritto, per averli incontrati alle nostre feste e manifestazioni, per averli coinvolti nelle nostre petizioni, per aver ricevuto le loro lettere (alle quali, nei limiti del possibile, rispondiamo sempre), per aver letto i loro interventi sul nostro sito che – unico in Italia – apre ogni articolo e ogni blog ai commenti. Fra i tanti amici e lettori che mi fanno gli auguri, qualcuno mi domanda: “Cosa possiamo fare?”. La risposta è semplice, quasi banale: acquistate e leggete Il Fatto, se possibile abbonatevi e fate abbonare i vostri amici, e scriveteci ogni volta che siete o non siete d’accordo con noi. È grazie a voi se, da cinque anni e mezzo, pur tra mille difficoltà e patemi d’animo, i nostri conti chiudono in attivo e dunque il Fatto continua a compiere il suo piccolo miracolo quotidiano: uscire ogni giorno in edicola e sul web, e rendere orgogliosi noi che lo facciamo e voi che lo leggete. Aiutateci a farlo ancora (e mi raccomando: alle prime avvisaglie di rincoglionimento del direttore, fategli un fischio e chiamate l’ambulanza).

il Fatto Quotidiano, 5 Febbraio 2015