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Ranucci-Lavitola: chi ha dato mandato al mandante di colpire Report?

Rosaria Capacchione, cronista sotto scorta, è stata lapidaria: "Avere fonti di ogni tipo è lecito, il rapporto che crei però è altra cosa. Costruire 'eroi' è stato un male per il giornalismo"
Ranucci-Lavitola: chi ha dato mandato al mandante di colpire Report?
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La vera domanda della complessa e controversa telenovela estiva Ranucci-Lavitola è: chi ha dato il mandato al mandante di colpire e tentare di affondare la trasmissione d’inchiesta giornalistica Report?

Nel mirino e nella deflagrazione della bomba non è finito solo l’ingresso dell’abitazione e le auto di Sigfrido Ranucci; il rimbombo, le macerie, i rottami stanno ricadendo sull’intera squadra di croniste e cronisti che confeziona i servizi d’approfondimento, in pratica il vero architrave di Report. Non parlo solo di quei bravi colleghi come Danilo Procaccianti, Giorgio Mottola, Luca Bertazzoli, Chiara De Luca, Walter Molino, Paolo Mondani, Giulia Innocenzi, Claudia Di Pasquale, Bernardo Iovene, Luca Chianca e Giulio Valesini ma soprattutto dei tanti collaboratori, che non appaiono in video, che costruiscono da zero le inchieste giornalistiche. Un lavoro rigoroso, attento e nell’ombra che non si ferma mai.

Report in tanti anni di messa in onda non ha mai perso cause, per lo più temerarie e intente a intimidire il lavoro giornalistico d’inchiesta. Si tratta di professionisti dell’informazione e soprattutto anche di videomaker, microfonisti, dronisti, montatori e di tante altre maestranze che svolgono il loro lavoro senza le garanzie di nessuna tipologia di contratto ma da freelance a partita Iva. Molti, raggiunta l’anzianità di collaborazione e avendo partecipato al concorso pubblico di reclutamento, potevano optare per un’assunzione in Rai ed essere suddivisi nelle redazione dei Tg regionali.

Inutile dirlo che per molti ha prevalso il senso di responsabilità, di attaccamento alla bandiera di Report, all’incarnare un ideale di giornalismo-giornalismo per la verità, senza guardare in faccia a nessuno. I compensi economici annuali lordi dei componenti della squadra giornalistica di Report, la cui pubblicazione appare strumentale, se analizzati e passati al setaccio, defalcandoli dei costi vivi di produzione e collaborazione, si rivelano stipendi e budget da fame se paragonati a quelli di simili trasmissioni estere. Per dire, il solo costo produttivo esterno della trasmissione governativa Porta a Porta e lo stipendio più benefit di Bruno Vespa probabilmente coprirebbero su per giù il budget di un paio di stagioni di Report.

C’è dell’altro. Le ‘menti raffinatissime’ a tavolino hanno costruito una sofisticata strategia a lunga gittata e su più fronti e piani con un unico obiettivo: abbattere e delegittimare il conduttore del programma d’informazione Rai più seguito di sempre e creare un danno reputazionale a Report così da ‘normalizzarlo’ alla stregua dei tanti prodotti pseudo giornalistici che affollano le Reti pubbliche di Stato.

La vendetta è un piatto che va servito freddo. Valter Lavitola era l’uomo con il curriculum giusto – sotto copertura – per imbastire questa missione e portare a termine la rivalsa dei potenti che in questi anni sono stati pizzicati e denunciati dalle inchieste di Report. Partiamo dal Cefalù Bistrot di Pesce, il ristornate romano di Lavitola, un luogo sensibile, intimo da immaginarlo con la volta stellata come il soffitto del tempio che sovrasta i lavori dei massoni e rappresenta nella simbologia l’infinito, l’universale e l’unità del cosmo.

Lavitola al centro della scena, lui massone come ha spesso dichiarato dall’età di 19 anni e per l’occasione risvegliatosi dal ‘sonno’. Non casualmente in pochi mesi il Cefalù è divenuto meta di tanti personaggi, assidui frequentatori del locale, attovagliati e coccolati dal maestro di cerimonie e moine Lavitola che nella sua rete consapevolmente ha pescato il boccone più prelibato: Sigfrido Ranucci, la vittima predestinata.

Con fare esperto, personalità carismatica, empatia, l’uso di tecniche psicologiche e con una indiscussa astuzia e abilità manipolatoria ha lavorato ai fianchi del conduttore di Report sfruttando i suoi punti deboli, le fragilità, le frustrazioni, il narcisismo ipertrofico da cui la nostra categoria è affetta costruendogli addosso una trappola perfetta.

Non credo che Lavitola sia un caso psichiatrico come sostiene Ranucci dimostrando di non essersi reso conto della ragnatela a cui è attaccato. E torna la domanda: chi ha dato il mandato al mandante di colpire e tentare di affondare la trasmissione d’inchiesta giornalistica Report? Non casualmente Rosaria Capacchione, cronista sotto scorta, è stata lapidaria: “Avere fonti di ogni tipo è lecito, il rapporto che crei però è altra cosa. Costruire ‘eroi’ è stato un male per il giornalismo”. Un messaggio rivolto al conduttore di Report vittima due volte: di Lavitola e di se stesso.

E Milena Gabanelli nel rimandare al mittente qualsiasi ipotesi di tornare a condurre Report per sostituire Ranucci nel suo stile asciutto ha detto: “Dev’essere chiara una cosa: i programmi sono fatti dalla squadra. Colpire la squadra mi pare che sia un delitto”.

Difendere Report, la trasmissione d’inchiesta più seguita della Rai, è difendere un’idea di giornalismo che deve rispondere all’unico editore di riferimento: il pubblico italiano. Dietro il conduttore, chiunque sia, c’è una squadra intera, fatta soprattutto di collaboratori invisibili, che rischia di pagare il prezzo più alto.

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