Sventrata come Stalingrado, devastata come Dresda: così si è presentata la città di Kobane ai primi fotografi che sono riusciti a mettere piede nella città martire al confine tra la Siria e la Turchia, dopo che la resistenza curda è riuscita ad avere la meglio sui miliziani dello Stato Islamico. Quattro mesi di assedio dell’Isis, di feroci combattimenti casa per casa, di raid aerei della coalizione internazionale e di cannoneggiamento hanno lasciato un desolata estensione di macerie dov’era la città curda siriana. I fotografi entrati in città al seguito dei peshmerga curdi mostrano un paesaggio lunare, fatto di cumuli di laterizi e calcinacci, di strade ricoperte di macerie, di sinistri scheletri di palazzine completamente sventrate, colonne di cemento armato semidivelte.

Le immagini mostrano un uomo che in precario equilibrio attraversa una pietraia di mattoni rotti fra due ali di edifici in rovina; un combattente con il kalashnikov a tracolla parla al cellulare davanti ad un pullmino rovesciato su un fianco; all’angolo di una strada davanti alla saracinesca chiusa di piccolo negozio un manichino abbandonato con indosso una maglietta, senza più le braccia e con diversi fori di proiettili sembra quasi un testimone muto. Un uomo seduto sulla trave di un palazzo che fu, come sulla costola di una gigantesca carcassa, contempla dall’alto un mare di edifici scheletriti: un’immagine che si collega nella memoria alla foto iconica di Ievgheni Khaldei del militare che issa una bandiera sovietica sul tetto del Reichstag a Berlino, nel maggio del 1945.

Nelle foto scattate a Kobane non si vedono però colonne di fumo: sotto un cielo luminoso ma velato prevale un desolato silenzio. In un’inquadratura si vede un ragazzo in mimetica e sandali di plastica che sembra piangere dietro alla mano con cui nasconde in parte il volto mentre parla al cellulare seduto a terra, forse davanti a quella che era stata la sua casa. Ma in generale i peshmerga che si aggirano fra le macerie di Kobane non sembrano fantasmi. Sui loro volti si vedono perfino accenni di sorrisi: la discreta ostentazione della soddisfazione per una vittoria, seppure pagata a caro prezzo. La soddisfazione per aver inflitto alle forze dell’Isis il loro primo, vero rovescio militare.