Mentre ogni giorno sulla città kurdo-siriana di Kobane, divenuta simbolo della resistenza all’avanzata del Califfato, cadono razzi, bombe, e sulle colline adiacenti infuria la battaglia, con buona pace dell’esercito turco che dalla vicina frontiera osserva placido e non agisce, il centenario e irrisolto conflitto tra Kurdistan e Turchia esplode nuovamente anche nel calcio. L’ultimo episodio è la decisione della federcalcio turca di multare per 3,7mila euro il club Diyarbakir Metropolitan Sport per avere cambiato il proprio nome in Kurdish Amedspor (Amed è il nome in kurdo, lingua non ancora riconosciuta dalla Turchia anche se sono accettate le sue lettere dell’alfabeto, della città di Diyarbakir) e i propri colori nel giallo, rosso e verde della bandiera del Kurdistan. L’Amedspor si è rifiutato di pagare la multa, e ora si aspettano nuove sanzioni.

Ma gli episodi legati al calcio, nella lotta per l’indipendenza kurda, sono diversi. Se la divisione del territorio kurdo, rintracciabile oggi in quelli che sono diventati gli stati di Turchia, Siria, Iraq e Iran, risale a epoca medievale, il conflitto per il riconoscimento di uno stato indipendente kurdo è esploso negli ultimi trent’anni: represso nel sangue da ognuno dei quattro stati (una risicata autonomia è concessa nell’Iran occidentale) ha causato oltre 40mila morti. Durante la guerra tra Iraq e Iran l’allora filoamericano Saddam Hussein faceva strage di kurdi con i gas e le armi chimiche che gli vendevano Europa e Stati Uniti, mentre dieci anni fa il siriano Bashar al-Assad inviò l’esercito a Qamishli per spegnere nel sangue una rivolta cominciata proprio durante una partita di calcio e diffusa poi in tutta la città. In Turchia sono innumerevoli le proteste delle minoranze turche represse nel sangue, l’ultima a ottobre ha contato una ventina di morti.

Protagonista della lotta d’indipendenza negli ultimi trent’anni il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) di Abdullah Ocalan, incarcerato nel 1999. E proprio nel nome di Ocalan, tifoso del Galatsaray, gli ultras della storica squadra di Istanbul lo scorso dicembre hanno fischiato l’inno nazionale turco e hanno esposto lo striscione “Amiamo voi e ancora di più chi vi ama” proprio nel match contro l’Amedspor. Pochi giorni prima, il presidente del club Genclerbirligi di Ankara, la cui base di tifosi è notoriamente di estrema sinistra, aveva scatenato furibonde polemiche dicendo che non voleva più l’inno nazionale turco prima di ogni partita di campionato. Inno nazionale che in Turchia è divenuto obbligatorio nelle manifestazioni sportive proprio durante la fase più cruenta del conflitto con il Pkk, a voler ricordare chi ha il potere di gestire i perfino i sentimenti ai moltissimi kurdi che vivono in Turchia, quasi il 20% della popolazione totale.

Manifestazioni pro kurde negli stadi di calcio si sono viste in molti paesi d’Europa, dalla Germania alla Svezia, dove la migrazione kurda è più elevata. E spesso le federcalcio locali hanno multato le squadre, con la scusa che il Pkk è ancora considerato organizzazione terrorista dalla Ue. Ma dal 1999 il partito una volta leninista e armato è cambiato radicalmente, il suo leader dal carcere ha abbracciato prassi libertarie, ecologiste e di genere, nel 2013 ha deposto le armi e oggi nel Rojava che resiste all’avanzata del Califfato si sperimentano nuove forme di democrazia partecipata da noi inimmaginabili. Ciò nonostante la Turchia, formalmente alleata con l’Occidente, è accusata da più parti di permettere il passaggio di milizie dell’Isis in Rojava e di fornire loro anche le armi: un Kurdistan indipendente sarebbe destabilizzante anche per la politica interna.

Nel maggio turco del 2013, nelle proteste antigovernative partite da Istanbul dalla difesa di Gezi Park, sulle barricate di Istanbul si sono uniti nella lotta UltrAslan, Vamos Bien e Carsi, tifosi rispettivamente delle tre principali squadre della capitale Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas. Così come era successo due anni prima a Il Cairo quando delle proteste anti Mubarak furono protagonisti Ultras Ahlawi e Ultras White Knights, le tifoserie organizzate delle due squadre della capitale Al-Ahly ed Al-Zamalek. A Taksim come a Tahrir, dallo stadio fu portata nelle strade un’esperienza e una capacità di gestione del conflitto con esercito e polizia sconosciuta alla maggior parte dei manifestanti. La recente esplosione della protesta kurda anche negli stadi della Turchia potrebbe quindi prefigurare nuovi scenari, in grado forse di mutare equilibri politici che finora non sono stati mai scalfiti.

Twitter @ellepuntopi