Tra le affinità e le divergenze che intercorrono tra l’egiziana piazza Tahrir e la turca piazza Taksim, c’è una prepotente similitudine: nella protesta si sono uniti e compattati gli ultras di diverse squadre che fino al giorno prima erano nemici giurati. Così come contro Mubarak si coalizzarono in piazza gli Ultras Ahlawi e gli Ultras White Knights (ovvero le tifoserie organizzate delle due squadre della capitale, Al-Ahly ed Al-Zamalek), sulle barricate di Istanbul si sono uniti nella lotta UltrAslan, Vamos Bien e Carsi, i supporter delle tre principali squadre della capitale, ovvero Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas. Insieme hanno intonato slogan del tipo “Tayyip (Erdogan ndr.) li conosci gli ultras dell’Istanbul United? Siamo qui dal 31 maggio!” e lo hanno fatto nel giorno in cui sui social network hanno firmato una storica tregua, in un comunicato in cui annunciavano “l’unione contro la repressione poliziesca del regime di Recep Tayyip Erdogan“.

Come quelli egiziani, anche i gruppi ultras turchi hanno sempre fatto riferimento al modello di organizzazione italiano, nato negli anni Settanta e per certi versi concluso agli albori del nuovo millennio con la fine di realtà come Progetto Ultrà e lo spostamento delle curve a destra. E proprio dall’Italia, paese laboratorio in politica come allo stadio, sono venute le analisi sociali più interessanti sul fenomeno. Come quelle di Alessandro Del Lago, tra i primi a individuare nella militarizzazione dei gruppi ultras una risposta alla repressione poliziesca. E così quando la piazza, in Egitto come in Turchia, si è trovata impreparata a fronteggiare le forze dell’ordine, ha chiamato in suo soccorso chi di battaglie di strada o di guerriglia urbana era più esperto. “Di solito ci scontriamo tra di noi o con la polizia, ma questa situazione ci ha portati per la prima volta insieme. Come non era mai successo prima”, ha raccontato un tifoso del Besiktas ad Al Arabya.

Solo poche settimane fa, dopo l’ultima giornata del campionato turco (Super Lig) vinto per la diciannovesima volta dal Galatasaray, un gruppo di tifosi del Besiktas che voleva celebrare la fine del campionato è stato attaccato dalla polizia perché si stava avvicinando troppo alla zona in cui sono gli uffici del premier Erdogan. Quel gruppo altri non erano che i celebri Carsi, organizzazione ultras di matrice anarchica su cui Elif Batuman scrisse anni fa uno splendido reportage sul New Yorker (qui la traduzione da Internazionale). Proprio i Carsi, sempre in prima linea anche nelle manifestazioni politiche, sono stati tra i maggiori animatori delle proteste di Taksim. Basti pensare che tra il Bjk Stadium dove gioca il Besiktas e il Gezi park ci mette 15 minuti a piedi. Fino a quando non si sono uniti con gli ex acerrimi rivali.

E così, da quando sono cominciate le proteste, da Istanbul arrivano fotografie e video che mostrano i tifosi con le maglie di Besiktas, Galatasaray e Fenerbahce che si abbracciano sulle barricate. Manifestanti con indosso la divisa di una squadra e la sciarpa dell’altra utilizzata come protezione contro i gas lacrimogeni. E girano addirittura racconti di una spedizione di supporter del Galatasaray in aiuto ai rivali del Fenerbahce intrappolati in un angolo dalla polizia, o di un gruppo di Vamos Bien (Fenerbahce) che si precipitano giù da Taksim in sostegno a un gruppo di Carsi (Besiktas) che stavano arrivando in piazza dallo stadio. Scene impensabili fino a pochi giorni fa. O forse prevedibili, se si fosse prestato attenzione a quanto accaduto in Egitto.