Parlare di Claudio Abbado a un anno esatto dalla sua morte è impresa non certo semplice. Il grande direttore d’orchestra, deceduto il 20 gennaio del 2014, ci ha infatti lasciato un mastodontico lavoro di esplorazione, divulgazione, approfondimento e conoscenza di un repertorio musicale incredibilmente vasto, che spazia dal barocco fino alla musica del Novecento contemporaneo. Tentare di raccogliere, nel breve spazio di un articolo, anche solo i momenti più significativi e salienti della sua lunghissima carriera può risultare un esercizio tanto arduo quanto, probabilmente, superficiale. Un uomo eccezionale come Claudio Abbado non può essere narrato coi soliti, seppur importanti, elenchi delle più significative attività della sua vita: innanzitutto non gli renderebbe piena giustizia, e poi per le elencazioni esistono già Wikipedia e mille altre pagine web.

Qui vogliamo invece ricordarlo attraverso le sue affermazioni, i suoi racconti, i punti di vista e le vedute che non di rado corrispondevano a vere e proprie visioni. Come quando raccontando della sua esperienza con El Sistema di Josè Antonio Abreu affermava: “Il mio soggiorno in Venezuela, dove la musica ha una valenza sociale enorme (…) mi ha riconfermato che la musica salva davvero i ragazzi dalla criminalità, dalla prostituzione e dalla droga. Li ho visti, facendo musica insieme trovano se stessi”. Un uomo incredibilmente aperto e sensibile che, nonostante il successo planetario e nonostante i continui impegni lavorativi, trovava tempo e modo per buttarsi nell’esplorazione di nuovi lidi, per varcare nuove frontiere, con quella curiosità tipica dei bambini che in lui la maturità non aveva saputo spegnere.

“Bisogna che ci sia una collaborazione totale, di tutto il paese, per far capire che non si fa abbastanza per l’istruzione musicale. La musica deve far parte della vita, come dice giustamente Nietzsche”, e come abbiamo evidenziato anche noi in un precedente articolo “lo sbaglio è non capire l’importanza per i giovani, o per tutti, di ascoltarsi l’uno con l’altro, e la musica è uno degli esempi migliori (…) Far musica diventa come una lingua nuova, come un gioco e come un divertimento”. Nell’ascolto dunque la chiave per la comprensione, come del resto il grande Claudio in più di un’occasione aveva al suo pubblico dimostrato inserendo svariati secondi di silenzio, se non addirittura interi minuti, in calce ad esecuzioni memorabili. Due su tutte. I 40 secondi al termine del Requiem di Mozart eseguito nell’estate del 2012 con l’Orchestra di Lucerna e i due minuti e mezzo in calce all’esecuzione, nell’estate del 2010 e sempre con l’Orchestra di Lucerna, della Nona Sinfonia di Gustav Mahler: tempi infiniti specie se rapportati a consuetudini consolidate da secoli di tradizioni.

Correva l’anno 2003 e il Maestro Abbado vinceva, insieme a un altro italiano, Mario Merz, il Praemium Imperiale giapponese, occasione nel corso della quale si lasciò andare a una serie di dichiarazioni che il centro destra del tempo non poté certo apprezzare: “Non sono un politico, ma lasciatemi leggere poche righe dello scrittore tedesco Peter Schneider (“E’ compatibile che nella parte più antica e nel cuore culturale del continente europeo ci sia un uomo che controlla l’80 per cento dei mezzi di informazione e che per di più quest’uomo sia il primo ministro?”). E poi, con un affondo decisamente apprezzabile: “Sono preoccupato, nel mio paese e nel mondo intero non si fa abbastanza per la cultura. Arrivano al potere persone ignoranti, che ci raccontano cose alle quali finiamo per credere, come quella della guerra umanitaria”. Politicamente distante anni luce da diversi dei suoi più illustri colleghi, schierato su posizioni molto chiare e costantemente impegnato nella valorizzazione dei talenti, della cultura e della musica, quella del Maestro Abbado resta una delle figure più luminose del Novecento europeo.