Un coro di felicitazioni rotto solo da una nota della Fiom-Cgil, che fa notare come si tratti solo della “prima inversione di tendenza dopo anni di declino caratterizzato da pesanti perdite occupazionali“. L’annuncio delle 1.000 assunzioni che Fca si appresta a fare nello stabilimento di Melfi, in cui rientreranno anche tutti i 5.418 dipendenti in cassa integrazione, è stato accolto con soddisfazione anche dalla maggior parte delle sigle sindacali, e non poteva essere altrimenti. Ma i numeri complessivi relativi ai lavoratori Fiat Chrysler in Italia raccontano una realtà ben lontana dagli annunci trionfalistici. Soprattutto se li si confronta con quelli di una decina di anni fa, prima dell’arrivo di Sergio Marchionne alla guida del gruppo. Infatti – fermo restando che nel 2004 il manager italo-canadese ha preso le redini di un’azienda in un rosso e a un passo dal fallimento, mentre oggi la Fiat post fusione con Chrysler è in utile – il bilancio in termini di posti di lavoro è drammatico. Nel 2003 gli occupati di Fiat nel settore auto erano, nella Penisola, 44.653 (su 174mila occupati totali nel mondo) mentre ora sono meno di 23mila (su 225.587 complessivi). E di questi quasi la metà è in cassa integrazione o contratto di solidarietà.

“E anche solo farli rientrare tutti al lavoro è una sfida molto difficile da vincere”, spiega Giuseppe Berta, storico dell’industria, professore alla Bocconi e grande esperto del gruppo automobilistico. “Dipenderà da come va il rilancio dell’Alfa Romeo, una sfida non da poco considerato che non sono auto di lusso come le Maserati ma vetture di segmento alto, quello in cui la concorrenza è più forte”. Di conseguenza è tutto da vedere se gli operai di Cassino, circa 3.800 attualmente in cassa a rotazione, potranno riprendere l’attività a ritmo pieno.

Quanto a Mirafiori, che – ricorda Berta – “dal 1929 agli anni 80 è stata la più grande fabbrica italiana per addetti e capacità produttiva” – qui il “processo di snellimento iniziato già nei primi anni 90 ha subito con Marchionne un’accelerazione fortissima: oggi resta in funzione solo la linea dell’Alfa Mito, mentre entro fine 2015 dovrebbe iniziare la produzione del suv Levante ma in volumi modesti”. Di conseguenza “se le cose vanno bene, al massimo verranno riassorbiti i circa 4mila lavoratori in cassa”. Che insieme ai circa 2.700 della Maserati di Grugliasco, dove la produzione è a pieno regime e l’estate scorsa sono stati trasferiti 500 lavoratori di Mirafiori, andranno a costituire il nuovo “polo del lusso” di Fca. Infine Pomigliano, dove si produce la Panda: fino allo scorso autunno era un’isola (relativamente) felice, nel senso che solo una parte dei 4.500 dipendenti era in contratto di solidarietà, ma in ottobre l’azienda ha chiesto la prima settimana di cassa integrazione a causa del calo della domanda.

Un quadro che si spiega ovviamente non solo con la crisi conclamata del settore, ma anche con il trasferimento di molte produzioni all’estero. Quel che è certo è che nel 2003 la Fiat produceva in Italia quasi 1 milione di auto, mentre oggi sono meno di 400mila su un totale di 4,4 milioni di veicoli assemblati nel mondo da Fca. Il piano industriale presentato da Marchione nel maggio scorso prevede che il numero complessivo salga a 7 milioni nel 2018. Di cui però solo 500mila nella Penisola.