Una ragazza sindaco anti-cemento, un gruppo di potere e pressioni che restano sospese nell’aria. Sono gli ingredienti di una storia di ordinaria Emilia-Romagna, terra che fu rossa e che resta comunque delle cooperative. Siamo a San Lazzaro, Comune alle porte di Bologna, molto appetibile per qualsiasi costruttore. Qui, meno di due settimane fa, il sindaco Pd Isabella Conti ha deciso di andare dai carabinieri e raccontare il crescendo di consigli e suggerimenti velatamente intimidatori, ricevuti dopo aver bloccato il mega progetto edilizio da 260 mila metri quadrati nel cuore verde della città, approvato dalla precedente giunta. Compresa una frase, pronunciata da un professionista considerato vicino al suo partito, mentre parla a un dipendente comunale: “Ma questa cosa vuole fare? Ha intenzione di farsi mettere sotto con la macchina?”. Niente nomi, ma il riferimento è a lei, al sindaco.

Ai Carabinieri Conti ha spiegato nei dettagli quello che secondo lei è “un metodo consolidato” in Emilia, aprendo una finestra sul modo di relazionarsi tra il mondo delle cooperative e quello delle istituzioni locali. Ha fatto nomi e cognomi di chi è intervenuto nel tentativo di indurla al dietrofront. Persone della politica, che dalle sue parti significa soprattutto Pd. Ma anche esponenti dell’imprenditoria, interessati a salvare gli affari. Chiamate, conversazioni e messaggi più o meno diretti. Tra questi la frase sul possibile “incidente”. È quella più grave e inquietante, perché ambigua e simile a una minaccia. Risale all’estate scorsa ed è uscita dalla bocca di una persona conosciuta negli ambienti del Pd, mentre si trovava di passaggio in municipio. L’avrebbe detta come battuta non direttamente al sindaco, ma a un dipendente del Comune, il quale, a sua volta, l’avrebbe poi riferito al primo cittadino. Ma nella denuncia si parla anche di un sms spedito al numero di Conti. Nel messaggio le si chiede di tornare sui suoi passi, così da evitare eventuali problemi di equilibri politici, e non rischiare azioni di risarcimento danni da parte delle aziende. Tutti elementi su cui ora sta cercando di far luce la magistratura.

L’inchiesta, per il momento conoscitiva e senza ipotesi di reato, è sul tavolo del procuratore aggiunto di Bologna, Valter Giovannini. La vicenda è parecchio delicata e intreccia interessi politici ed economici. In ballo c’è un progetto imponente, un grosso affare per i giganti del mattone, messo nel piano urbanistico nel 2008 dalla precedente giunta, sempre targata Pd e a lungo guidata da Marco Macciantelli. All’epoca è lui il principale sponsor. Tanto che più volte va allo scontro diretto con ambientalisti e comitati di cittadini, contrari a quella che ribattezzano come “una colata di cemento”. Nel disegno sono previsti oltre 580 alloggi nuovi di zecca, da realizzare nella frazione agricola di Idice. A maggio però l’elezione di Conti, avvocato classe 1982, renziana, rimescola le carte e rivoluziona i pesi politici. A novembre, dopo il crac della Cesi di Imola, mancano le fidejussioni necessarie per dare il via ai lavori e così il sindaco, con un delibera, blocca tutto. Scatenando l’ira delle cooperative coinvolte, una cordata che include il colosso Coop Costruzioni e sarebbe pronta ad andare in tribunale per chiedere 20 milioni di euro di danni.

Nel dubbio i carabinieri hanno disposto per Conti un discreto servizio di vigilanza sotto casa. Ora, in attesa degli sviluppi dell’inchiesta, l’ultima parola sulla cittadella di Idice spetta al consiglio comunale di San Lazzaro, che a fine mese dovrà decidere sulla decadenza del Poc, il piano operativo comunale. Il no farebbe saltare definitivamente la new town e il business che si porta dietro. Ma il timore del sindaco è che a indirizzare il voto non siano tanto le valutazioni della giunta, ma le parole dei luogotenenti delle cooperative e il pensiero di possibili ripercussioni legali. Per questo Conti, che su minacce e pressioni preferisce non aggiungere altro, ripete di “essere sulla strada giusta e di continuare a lavorare in piena trasparenza per l’interesse della città”.

da Il Fatto Quotidiano del 3 gennaio 2015

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