Non era Crozza, anche se sembrava. Era quello vero, quello originale. Matteo Renzi in persona. La conferenza di fine anno è stata l’occasione giusta per esaltare la prossemica d’ordinanza: faccette caricaturali, sguardo all’insù tipo Verdone e risatine di chi si crede Lenny Bruce ma pare piuttosto un Panariello in diesis assai minore. Protetto da domande quasi sempre accomodanti (mancava solo “Preferisce pandoro o panettone?”), Renzi ha dispensato una volta di più ottimismo, che come noto è il profumo della vita.

Per l’occasione aveva i capelli scompigliati, quasi a lasciare intendere che lui di notte non organizza cene eleganti ma si occupa di massimi sistemi e Norman Atlantic. L’effetto scenico è stato un po’ diverso, al punto che un satirico come Luca Bottura ha twittato: “Vorrei fare a Renzi la critica politica che lo infastidirà di più: ha un sacco di capelli bianchi nuovi e non li lava da qualche giorno”. L’apice politico è stato riassunto in una frase che ha saputo inebriare le masse: “Voglio cambiare l’umore degli italiani. La parola del 2015 sarà ritmo”. E tutti, subito, a chiedersi se ci attenda un anno di merengue, rumba o meneito: è da questi particolari che si giudica uno statista.

Da questi e dalle supercazzole regalate come fossero grandine d’estate sulle vigne: “Dobbiamo cambiare il paradigma economico dell’Europa” (tapioca a destra), “Punire chi sbaglia” (prematurata a sinistra), “I prossimi 12 mesi saranno decisivi” (come fosse Antani), “Meglio arroganti che disertori” (con scappellamento tarapìa tapiòco) e il misericordioso “Se ce la facciamo ha vinto l’Italia, se non ce la facciamo ho perso io”. Frase, quest’ultima, che ha ispirato su Twitter la replica greve del comico Pinuccio: “Renzi: ‘Se non ce la facciamo ho perso io’. Ma ce la prendiamo in culo noi”. Particolarmente entusiasmante la fenomenologia sui gufi: “Non penso che l’Italia sia spacciata, come pensano gufi e non solo”. Renzi si è qui doviziosamente dilungato, con capacità analitica assai puntuta: “Non voglio lasciare l’Italia a chi parla male dell’Italia”. Renzi ha alfine risolto il più annoso dei quesiti: sì, ma chi sono esattamente i “gufi”? Marmorea la risposta: “Gufo è chi parla male dell’Italia, non del governo”. Amen.

Qua e là, avvincenti Sticazzi-Moments, per esempio quando Renzi ha fatto sapere che adora la serie tivù Newsrooom. Il Presidente del Consiglio, disgraziatamente, a un certo punto ha detto la verità: “Mi vanto di avere fatto meno leggi di tutti”. Gli è uscita come un rigurgito, come un riflusso esofageo mal trattenuto. Resosi conto dell’inciampo, Renzi ha prontamente stigmatizzato l’oltraggioso atteggiamento dei siti da lui compunsati ogni minuto, forse per rubacchiare idee o forse per vedere se il suo nome era diventato Trending Topic: avevano appena osato rilanciare che “Renzi si vanta di avere fatto poche leggi”, anche se lui ovviamente intendeva tutt’altro. Proprio come capitava quando c’era (e c’è) Silvio. Esortando la plebe ad avere fuducia nel futuro, come lui stesso ripeteva al predecessore Letta, Renzi ha parlato tanto per dire pochissimo. Quando – per disgrazia – arrivava una domanda appena insidiosa, lui sparacchiava la palla in tribuna.

Fortunatamente le amate citazioni non sono mancate. Nei primi libri citava i Righeira, nei primi discorsi a Camera e Senato i Jalisse e Gigliola Cinquetti. Ieri, non potendo scomodare alcuni dei suoi capisaldi culturali – Jerry Calà, Minnie e Jimmy Il Fenomeno – ha riesumato “Indovina chi”. Roba forte, mai però come l’ardito riferimento filmico: “Mi sento come Al Pacino in Ogni maledetta domenica”.

Una citazione appena consunta e scontata, ma retorica e banalità sono cifre che il renzismo applica pure al citazionismo. Accadde anche quando la nota statista Boschi scomodò Fanfani per citare una frase – “Le bugie non servono in politica” – così debole che sarebbe venuta in mente anche alla Picierno (forse). E’ stata comunque una conferenza stampa bellissima. Per certi versi ha ricordato Pensavo fosse amore invece era un calesse. Massimo Troisi, nel film, viene lasciato da Francesca Neri. Gli amici gli dicono che lei adesso sta con un uomo coraggioso e bellissimo, dunque non c’è speranza. Troisi non si arrende e scopre che il rivale è Marco Messeri, non proprio un adone, e di professione fa il giudice di sedia in gare tra barbieri: non esattamente un eroe. Quando però Troisi lo fa notare, tutti lo trattano come un invidioso. Come un rosicone, come un gufo. Ecco: ieri si è nuovamente vissuta questa sensazione di tragicomica sbornia collettiva. E purtroppo Troisi non c’era.

Il Fatto Quotidiano, 30 dicembre 2014