L’approvazione dei decreti attuativi sembrava la fine della storia, ma pare diventata solo l’inizio. Il Jobs act diventa realtà e protestano da destra a sinistra, di nuovo: da Maurizio Sacconi che si dice deluso e Gaetano Quagliariello che giura battaglia alla Cgil che denuncia la possibilità di “licenziamenti collettivi” fino alla sinistra Pd che, oltre a fare da voce politica di Susanna Camusso, ritrova anche qualche parola d’ordine, come Stefano Fassina che dice che Renzi fa quello che la Troika dice. Certo, tutte parole: la Cgil – pur trovando nel merito della critica il sostegno anche di Cisl e Uil – non va oltre alla “mobilitazione continua”; i mugugni delle “ali” della maggioranza di governo (quella destra di Ncd e quella sinistra della minoranza democratica) non trovano uno sbocco concreto. Il governo, insomma, non pare rischiare niente. E forse anche per questo, nel giorno di Santo Stefano, nessuno dell’entourage di Renzi si preoccupa di replicare in mezzo al pulviscolo di dichiarazioni a mezzo agenzia.

Il capogruppo del Nuovo Centrodestra al Senato Sacconi è il battistrada e con una nota comunica di “avvertire molta delusione” perché ”la montagna ha partorito il topolino”: “Abbiamo una disciplina complicata, intraducibile in inglese, di incerta applicazione”. Un po’ diverso dall’ultimatum della vigilia di Natale: “O via l’articolo 18 o via il governo per crollo di credibilità”. Per Sacconi, insomma, va ancora quasi tutto male, non c’è nemmeno il cosiddetto opting out chiesto dal partito. Abbastanza per mettere in discussione l’esecutivo? Macché: “Non si fa una crisi di governo – spiega all’Ansa il coordinatore nazionale Quagliariello – per un risultato insoddisfacente”. Il governo, insiste, “deve andare avanti e noi continueremo le nostre battaglie in Parlamento”. Dunque non è il momento di uno strappo un po’ perché – si spiega – non è il momento (non è mai il momento per una crisi di governo) e poi perché ha sottolineato Matteo Renzi subito dopo il consiglio dei ministri del 24, a “un risultato come questo” non c’era mai arrivato nessuno. Nemmeno la destra. Anzi, come ha detto il presidente del Consiglio a chi critica: “Dove eravate voi quando governavate?”. Che questo risultato sia “avanzato”, secondo Quagliariello, è dimostrato dalle “reazioni di netta ostilità da parte di Landini e della Cgil“.

Proprio il sindacato torna ad attaccare il governo sul Jobs act. Le nuove misure, dice la Cgil, danno “il via libera alle imprese a licenziare in maniera discrezionale lavoratori singoli e gruppi di lavoratori. Più che di rivoluzione copernicana, siamo ad una delega in bianco alle imprese a cui viene appaltata la crescita”. E aggiunge: “Queste misure ledono diritti collettivi ed individuali”. Secondo il sindacato di corso Italia “con il decreto al posto delle tutele crescenti si passa alla ‘monetizzazione crescente’ dei diritti. I lavoratori (operai, impiegati e quadri), infatti, potranno essere licenziati anche senza giusta causa ottenendo il solo indennizzo e questo varrà per i licenziamenti economici, per quelli disciplinari e per quelli collettivi”. Il segretario della Uil Carmelo Barbagallo ribadisce il suo giudizio negativo sulla riforma che non risolverà, dice, le questioni della disoccupazione e, anzi, farà emergere altre contraddizioni. E anche la Cisl non è soddisfatta: “Il testo del Governo sul Jobs act – dichiara il segretario confederale Gigi Petteni – è ancora migliorabile, in particolare per quanto riguarda le norme sui licenziamenti collettivi”.

E se si muove il sindacato, figurarsi se non si fa sentire la sinistra del Pd. Parla, per esempio, il presidente della commissione Lavoro Cesare Damiano, ex ministro, ex sindacalista della Cgil e uno dei fautori dell’intesa che sembrava definitiva sulla parziale retromarcia del governo sull’articolo 18 (anche a quel giro Ncd sembrava voler far cadere il governo). “Le nuove regole riguardano anche i licenziamenti collettivi, questo è un punto che per noi deve essere modificato – spiega Damiano – Per quanto ci riguarda la modifica dell’articolo 18 deve riguardare solo i licenziamenti individuali per i neoassunti”. Un’altra correzione investirebbe il numero di mensilità d’indennizzo, per Damiano “si dovrebbe partire da sei nelle aziende sopra i 15 dipendenti” e non da quattro, come precede lo schema di decreto attuativo del Jobs act.

Mette il carico Stefano Fassina: “Purtroppo, i primi due decreti attuativi della delega lavoro confermano l’obiettivo vero dell’intervento – scrive nel suo blog sull’HuffingtonPost – Ulteriore svalutazione del lavoro, data l’impossibilità di svalutare la moneta, per puntare illusoriamente a crescere via export. Insomma, un’altra tappa del mercantilismo liberista raccomandato dalla Troika”. Per il deputato Pd ed ex viceministro dell’Economia: “Non è una rivoluzione copernicana. È una rivoluzione conservatrice, un cambiamento regressivo”. Pippo Civati, che ribattezza il decreto in “contratto a tutele ridotte”. Per i Cinque Stelle Luigi Di Maio parla di “fregatura” e Fi ironizza con Giovanni Toti: “Tra i tanti ‘pacchi’ giunti agli italiani in questi giorni è arrivato anche questo”.

La notizia è che in questo dibattito entra anche Forza Italia ma solo per il gusto di irridere un po’ gli ex colleghi di partito diventati alfaniani. Di “marginalità” di Ncd nel governo parla l’azzurra Elvira Savino, mentre Il Mattinale di Renato Brunetta lancia l’affondo: “Il braccio esile di Ncd è stato piegato in fretta dalla preponderante volontà nel Pd dell’anima arcipotente di Cgil”. Ncd reagisce e, come fa Fabrizio Cicchitto, accusa Fi di “proposte solo propagandistiche” perché “dire 3 volte tagliamo le tasse e 1 volta aumentiamo le pensioni, senza dire quali spese tagliare, significa fare solo propaganda”. Quindi, accusa Renzi di essere un “rottamatore-innovatore sugli organigrammi e un morodoroteo di nuova generazione sul terreno dei contenuti”. Mentre Sacconi invita berlusconiani e Lega a non “dare lezioni” perché da loro sono arrivate “solo confusione e propaganda”. Dedicassero piuttosto “alla sinistra le energie che stanno sprecando contro di noi”, è il suo appello. Più concreto, Renato Schifani che invita a riprendere “il cammino delle riforme” senza lasciarsi “trascinare da istinti di rivalsa che avrebbero come unico effetto quello di danneggiare l’Italia e gli italiani”.

In precedenza Gasparri aveva usato una variante sul tema: “Sacconi irato per sconfitta, Schifani finge vittoria, Quagliariello media, Cicchitto sbarella, Ncd patetico su art. 18”. E Cicchitto ha replicato di nuovo: “Ma quale unità del centrodestra con gli insulti e gli sproloqui di Gasparri che dimentica fra l’altro che sull’articolo 18 i risultati del Ncd sono certamente maggiori di quelli ottenuti a suo tempo dal governo Berlusconi che dovette fare una ritirata pressoché totale”.