Gli italiani sono più vecchi, sempre meno occupati e poco interessati alla politica. È quanto è emerso dall’Annuario Statistico Italiano dell’Istat del 2014. I dati, relativi all’anno 2013, fotografano una nazione in cui, malgrado la popolazione sia cresciuta di un milione di persone, l’età media è la seconda più alta d’Europa e i giovani laureati sono solo al 12,3 per cento. Considerando l’ultimo posto nella graduatoria Ue per quanto riguarda la spesa pubblica per l’istruzione, poi, non sorprende che in Italia si leggano meno libri e quotidiani. È il lavoro, tuttavia, a destare le maggiori preoccupazioni: nel 2013 gli occupati sono stati 478mila in meno rispetto all’anno precedente. La precaria situazione lavorativa, in cui si riflette un incremento del part-time, si riversa sui consumi, che penalizzano le piccole botteghe a vantaggio del low-cost.

SEMPRE MENO OCCUPATI. Nel 2013 il numero degli occupati si è ridotto a 22,420 milioni di persone, con un calo del 2,1% rispetto al 2012. Il tasso di occupazione per la fascia 15-64 anni si ferma così al 55,6%, “molto al di sotto del dato Ue, 64,1%”. I disoccupati, per cui si intendono le persone in cerca di lavoro, salgono al 12,2%, per un incremento di 1,5 punti, mentre il tasso di inattività del 2013 è pari al 36,5%, “ben superiore alla media Ue, che si attesta al 28 per cento.

La crescita anagrafica della popolazione si rispecchia nell’aumento di lavoro per i 55-64enni (da 40,4% a 42,7%) e nella diminuzione degli occupati tra i 15-34enni (da 18,5% a 16,3%) e i 25-34enni (da 63,8% a 60,2%). Diminuiscono, secondo l’Istituto di statistica, i dipendenti con contratto a tempo indeterminato e quelli a termine, mentre, consequenzialmente, aumenta il lavoro part-time del 2,8 per cento. E così i lavoratori dipendenti sono 335mila in meno, 143mila gli indipendenti.

Il tasso di occupazione 2013 è al 55,6%, “valore che si mantiene ampiamente al di sotto della media Ue (64,1%)”. Quello maschile è al 64,8% (dal 66,5% del 2012), mentre il tasso riferito alle donne è al 46,5% (47,1% l’anno precedente). Rimangono ampi i divari territoriali, con il tasso di occupazione che al Nord (64,2%) è oltre venti punti più elevato di quello dell’area meridionale (42%)”.

Il calo, secondo l’Istat, “riguarda tutti i settori, ma i più colpiti sono costruzioni (-9,3%), con 163mila posti di lavoro persi e agricoltura (-4,2%, 163mila lavoratori in meno)”. Il secondario conta un calo di 89mila unità, meno di metà rispetto ai servizi, che perdono 191mila dipendenti. La disponibilità di posti vacanti tra industria e servizi è nel 2013 pari allo 0,5% del totale delle posizioni lavorative. Nelle grandi imprese l’indice generale dell’occupazione alle dipendenze flette in media dell’1,4%, come anche il ricorso alla Cassa integrazione (-1,4 ore ogni mille lavorate).

Nel corso del 2013 sono stati rinnovati 17 contratti collettivi nazionali coinvolgendo poco più della metà dei lavoratori, con un aumento dell’indice delle retribuzioni orarie contrattuali dell’1,4%: l’Istat lo indica ricordando che con il blocco contrattuale anche nel 2013 non c’è stato invece alcun rinnovo nella pubblica amministrazione, dove quindi “gli aumenti sono pari a zero”. Quasi un dipendente su due è in attesa di vedere rinnovato il proprio contratto nazionale di lavoro (48,1% contro il 30,4% del 2012).

MENO GIOVANI NEGLI ATENEI  Poco più della metà dei giovani che prendono il diploma si iscrivono all’Università: nell’anno accademico 2012-2013, solo il 55,7%, a fronte del 72 per cento dell’anno accademico 2003-2004. Ad avere il diploma di scuola superiore, ha sottolineato l’Annuario Istat, sono tre persone su dieci e i laureati sono circa 1.400 in meno rispetto all’anno precedente . Il passaggio dalle superiori all’Università è andato progressivamente riducendosi. I valori sono più alti per i residenti nelle regioni del Nord-Ovest e in quelle del Centro (entrambe 60,2). La popolazione universitaria è di 1.709.407 studenti, in flessione rispetto all’anno precedente (-2,4%). Sono soprattutto i liceali a proseguire gli studi: 6 su 10 si dichiarano studenti a tempo pieno contro meno del 20% dei diplomati degli istituti tecnici e il 6,7% di quelli degli istituti professionali.  (-0,5%).

ULTIMI UE PER SPESA PUBBLICA ISTRUZIONE. I dati poco incoraggianti dell’Annuario sull’Università diventano più comprensibili se si considera che la spesa pubblica per l’istruzione in Italia si ferma al 4,6% del Pil, una percentuale che piazza la Penisola in fondo alla classifica dei Paesi europei. Graduatoria capeggiata dalla Danimarca (7,9%), ma fanno meglio anche Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, Portogallo o Irlanda. I dati si basano su quelli Ocse del 2011, che si riferiscono a tutti i livelli d’istruzione e considerano come fonti di finanziamento le spese dirette pubbliche per gli istituti scolastici e i sussidi pubblici alle famiglie.

POCO INTERESSE PER LA POLITICA. La partecipazione degli italiani alle tornate elettorali diminuisce sempre di più. L’Annuario 2014 porta ad esempio sia le recenti europee che le ultime politiche. Per le politiche nel 2013 si è registrato un 72,3%, quando fino agli anni 80 la partecipazione al voto per entrambe le Camere si era mantenuta al di sopra della soglia del 90%. Negli anni, fa notare l’Istituto, il numero di cittadini italiani chiamati alle urne per le consultazioni europee è andato sempre aumentando, ma la quota di quanti hanno effettivamente partecipato è diminuita, scendendo dall’85,7% dei votanti del 1979 al 57,2% del 2014, il minimo storico. 

PIU’ VECCHI. Solo la Germania, in Europa, ha un’età media più alta dell’Italia. Secondo l’Istat, al 1 gennaio 2013 l’indice di vecchiaia è di 151,4 anziani ogni 100 giovani (148,6 nel 2012). Di contro, grazie alla riduzione dei rischi di morte, prosegue anche nel 2013 l’incremento della speranza di vita alla nascita: per gli uomini da 79,6 del 2012 a 79,8 e per le donne da 84,4 a 84,6: nell’Unione, l’Italia è ai vertici insieme a Svezia, Spagna e Francia.

LA POPOLAZIONE AUMENTA. I residenti nel territorio nazionale sono stati oltre un milione in più in un anno. Più del 7,4% sono stranieri, + 8,3% rispetto al 2012. Il 28,3% di questi cittadini proviene dall’Ue, il 24,3% dall’Europa centro-orientale e il 14,1% dall’Africa settentrionale.

Stando alle rilevazioni dell’Istat, al 31 dicembre 2013 in Italia si contavano complessivamente 60.782.668 di persone, l’1,8 per cento in più rispetto all’inizio dell’anno. La ripartizione in cui si è registrato il maggiore incremento è il Centro (+3,3%), mentre quella più popolosa è il Nord-Ovest (26,5% del totale).

Nel 2013 i decessi sono stati 600.744, in calo rispetto all’anno precedente (612.883). Parallelamente però si è assistito a una riduzione delle nascite (514.308 contro 534.186 del 2012). Di conseguenza, il saldo naturale (-86.436) è più negativo rispetto a quello dell’anno precedente (-78.697).

In calo, invece, le separazioni legali (che sono passate da 88.797 del 2011 a 88.288 del 2012) e i divorzi (da 53.806 a 51.319). Le separazioni consensuali sono molte di più di quelle giudiziali.

PIU’ SPESA LOW COST. Nel 2014 cresce solo la spesa low cost nei discount che fa segnare un aumento del 2,4%, mentre calano tutte le altre forme distributive sia alimentari che non. I dati, basati sui calcoli di Coldiretti, evidenziano un calo generale dell’1,3%. In particolare, un italiano su tre (32%) fa regolarmente scorta di cibo in offerta mentre la metà degli italiani (49,8%).

Leggermente in calo (-0,6%) risultano le vendite nella grande distribuzione ma un vero tonfo si rileva per le piccole botteghe, soprattutto alimentari, con un calo del 2,6% “che, precisa Coldiretti, ne mette a serio rischio la sopravvivenza”. Crescono invece gli acquisti di prodotti alimentari a basso prezzo nei discount, “a cui però può corrispondere anche una bassa qualità, con il rischio che il risparmio sia solo apparente.

MENO VIAGGI. Nell’ultimo quinquennio gli italiani hanno viaggiato sempre meno facendo registrare una perdita complessiva di quasi 51 milioni di viaggi e circa 263 milioni di notti in albergo. Le vacanze brevi subiscono la maggior diminuzione passando da circa 32,3 milioni nel 2012 a circa 24,8 milioni nel 2013. Anche le vacanze lunghe dei residenti con più di 15 anni sono sono molto al di sotto della media Ue, pari nel 2012 a 2,5 viaggi pro capite, contro il dato italiano che supera di poco l’unità.

Neanche sul turismo in ingresso i dati Istat fanno sorridere. Da un lato infatti l’Italia si colloca in terza posizione, tra i Paesi europei, per numero di presenze totali negli esercizi ricettivi, con un’incidenza di quelle straniere superiore alla media europea (47,4 rispetto a 42,7%). Dall’altro, però, il flusso dei clienti nel 2013 è di 376,7 milioni di presenze, in calo dell’1,1% rispetto al 2012, con una permanenza media di 3,63 notti (-0,04 notti). Nello stesso anno l’indice del fatturato nel settore dell’alloggio segna una contrazione dell’1,1%. I turisti sono più orientati verso gli alberghi a 4 e 5 stelle e preferiscono come mete le regioni del Veneto, Trentino-Alto Adige, Toscana e Lazio.

SI LEGGE MENO. I numeri dell’Istituto di statistica confermano la scarsa attitudine degli italiani a leggere quotidiani e libri. In calo anche l’interesse per il cinema, mentre la televisione rimane l’attrazione preferita soprattutto tra i bambini dai 3 anni in su e tra gli over 60. La radio può contare su un pubblico affezionato che non cala. Di contro però, si va di più a teatro, ai concerti, in discoteca e nei musei.

Nel dettaglio, nel 2013 è diminuita la tiratura di quasi un quinto dei libri (nel 2012 ne sono stati pubblicati 59.230, per un totale di 179 milioni di copie). In aumento solo le prime edizioni (il 64,8% della produzione). Il cinema è apprezzato dal 47,8% della popolazione (nel 2010 la percentuale era del 52,3%).

I consumi culturali invece “riprendono a crescere”, invece, nel 2014, soprattutto fuori casa. Il 62,6% della popolazione ha infatti assistito ad almeno uno spettacolo o un intrattenimento o ha visitato musei e mostre (61,1% nel 2013). Al top del gradimento, sottolinea l’Istat, le visite a musei, mostre e siti archeologici (dal 25,9% del 2013 al 27,9%) e la partecipazione a spettacoli sportivi (dal 24,4 al 25,2%).

La preferenza è per la musica. Nella graduatoria vincono le discoteche e balere (19,4%), segue a ruota il teatro (18,9%), gli altri concerti e, all’ultimo posto, la musica classica, che interessa appena il 9,3% della popolazione.

Fanno sorridere i dati sui musei, che registrano 1,8 milioni di visitatori in più nel 2013 rispetto all’anno precedente. Lo scorso anno sono stati oltre 38 milioni e 190 mila le persone hanno varcato la soglia dei 431 luoghi di antichità e arte presenti sulla Penisola. Ma sono quelli del Lazio, con 17,6 milioni di ingressi, e della Toscana, che da sola registra quasi lo stesso numero di visite (poco più di 6,1 milioni) totalizzate dall’insieme delle regioni del Nord, ad essere presi d’assalto.

Anche il piccolo schermo registra una disaffezione pur rimanendo tra le attrazioni più apprezzate: la guarda il 91,1% della popolazione di tre anni e più (92,3% nel 2013). La tv attrae spettatori in tutte le fasce di età, anche se i più accaniti sono i giovanissimi di 6-14 anni (94%) e i 60-74enni (94%). La radio non perde ascoltatori e rimane una abitudine per il 56,7% della popolazione. I programmi radiofonici hanno le maggiori audience fra i giovani di 18-24 anni (68%) e fra i 25-44enni (72%).