Tutto ha una fine e tutto ha un inizio, ma per una saga come Il Signore degli Anelli culminata con la “sorpresa” lunga anni in un’estenuante trilogia dedicata al romanzo di J.R.R. Tolkien, questo Lo Hobbit – La Battaglia delle Cinque Armate chiude un trittico ma ne apre un altro: il vecchio. E rispettando una perfetta struttura circolare. Magie dell’Anello. Le parti principali sono tre. La battaglia di Pontelagolungo tra Bard e Smaug, il dragone doppiato divinamente da Benedict Cumberbatch e italianizzato con giustizia da Luca Ward. Mentre Luke Evans, già neovampiro di Dracula Untold veste i panni dell’arciere.

La seconda è il ritrovamento del tesoro del drago da parte dei nani con una misteriosa avidità improvvisa a ottenebrare il capo Thorin Scudodiquercia (coperto in voce da un gran lavoro di Fabrizio Pucci, voce anche di Russell Crowe in Noah), e terza, la battaglia inevitabile con orchi, maghi, elfi, aquile, goblin e troll spaccamuraglie.

I veri mattatori sono un monumentale Ian McKellen, Gandalf sempre più inossidabile a dispetto di qualsiasi prequel e decenni passati, e il suo doppiatore Gigi Proietti. Pura immersione nel personaggio per tutta la saga Hobbit a rendere giustizia allo scomparso Gianni Musy che ne copriva il ruolo nella Trilogia dell’Anello. Dai buoni ai meno buoni c’è il bisunto Alfrid, voltagabbana e meschino fino alla farsa, accompagnato dalla versione stridula di Franco Mannella. E infine una menzione positiva in questa non-pellicola (perché ormai siamo avvinti dal digitale) prodotta anche da Guillermo del Toro, va ai cattivissimi orchi capitanati dal mutilato Azog. Interessante il combattimento che lo vede protagonista quasi assoluto… Mai fidarsi di un orco sotto ghiaccio. Il suo character seppur truccato e renderizzato a puntino vede un’interpretazione validissima di Manu Bennett, forse più conosciuto per le serie tv Spartacus e Arrow.

Anche senza Gollum c’è sempre un “tessoro”. La nebbiosità mentale di Thorin per quello del drago espone invece lo spettatore a una regia più ambientale che soggettiva del personaggio. Voce contorta e macchina da presa a roteare tra le sale piene d’oro si avvicinano più a un effetto claustrofobico, scollato dal personaggio. Mentre a spaziare tra montagne e praterie accarezzando cascate ghiacciate e foreste, resta uno dei marchi di fabbrica più piacevoli ai quali Peter Jackson ci ha abituati fin dai primi passi di Frodo. L’ultimo capitolo è meno affascinante da gustare con gli occhi anche per qualche staticità di certi personaggi, soprattutto gli elfi, che con 111 anni in più nel Signore degli Anelli erano molto più acrobatici: Orlando Bloom nel suo ultimo Legolas appare imbolsito, a dispetto di Tolkien che neanche lo chiamava in causa nel romanzo Lo Hobbit. Colpa del piccolo e naturale morbo del tempo che vince su ogni effetto visivo (non ha risparmiato neanche l’Hopkins di Hannibal nel prequel girato a lustri di distanza dall’originale), o di uno triple-script dipanato allo stremo e un po’ a corto di nuove idee?

Resta la saga fantasy alla quale tecnologie ormai condivise hanno rosicchiato appeal nel corso del tempo, ma con location che fanno sempre sognare una vera visita in quei luoghi. Pur con minime imperfezioni che nel paradosso saltano fuori da formati ipercinetici come il 3D HFR (High Frame Rate, i 48 cremosi fotogrammi al secondo) ritorna a galla quell’iperrealtà che a tratti diventa irrealtà.

Il trailer de Lo Hobbit 3