L’America torna in piazza per protestare contro le uccisioni di afroamericani disarmati da parte della polizia. A Washington, dove i dimostranti al corteo di “Justice of all” sono oltre 10 mila, alla guida delle proteste ci sono organizzazioni americane per i diritti civili ed è presente anche il reverendo Al Sharpton. Il corteo è arrivato sino al Campidoglio e tra i partecipanti ci saranno le famiglie di Michael Brown ed Eric Garner, uccisi da agenti rispettivamente a Ferguson vicino St. Louis, in Missouri, e a New York.

Il corteo è sceso lungo Pennsylvania Avenue, tra la Casa Bianca e il Campidoglio, dove si sta svolgendo un sit-in a base di discorsi e interventi, in cui saranno presentate richieste sull’agenda legislativa e su azioni del Congresso. La manifestazione è stata interrotta brevemente da una decina di persone che sono salite sul palco a Freedom Plaza. Hanno spiegato di provenire da Ferguson, dove il 18enne disarmato Michael Brown fu ucciso da un agente di polizia, e hanno chiesto di parlare alla folla. I dimostranti li hanno appoggiati, urlando “Lasciateli parlare”. Tuttavia, gli organizzatori hanno definito l’interruzione come un momento di divisione. I relatori previsti nel programma hanno tardato cinque minuti dall’iniziare i loro interventi.

La folla che si è raccolta nella capitale ha cartelli e striscioni con scritte come ‘Black lives matter‘ (la vita dei neri conta) e ‘Chi proteggete? Per chi lavorate?‘. Chiede una riforma delle forze dell’ordine, dopo i diversi casi in cui i poliziotti sono stati accusati di brutalità. Terry Baisden, 52enne di Baltimora, spiega di “sperare che stia per verificarsi un cambiamento”. È la prima volta che protesta, dice, ma si sente in dovere di farlo perché “i cambiamenti nelle azioni e i cambiamenti di mentalità accadono quando si manifesta in grandi masse”. Murry Edwards, invece, è arrivato da St. Louis perché vuole assicurarsi che la spinta delle proteste in Missouri trovi voce anche a livello nazionale: “Questa è una marcia nazionale. Dobbiamo trascinare un movimento nazionale”, ha aggiunto.

Manifestazioni sono in corso anche a New York, con la città alle prese con una polemica di diversa natura. La polizia della Grande Mela si è schierata contro Bill De Blasio: il sindaco non deve partecipare ai funerali degli agenti morti in servizio perché sarebbe un “insulto alla loro memoria e al loro sacrificio”. Il sindacato degli agenti del New York Police Deapartment non usa mezzi termini per criticare il sindaco che – a loro avviso – non ha mostrato “il sostegno e l’appoggio che meritano” dopo le polemiche seguite alla decisione del grand jury di non incriminare l’agente bianco che ha ucciso Eric Garner, l’uomo di colore morto a Staten Island.

De Blasio ha risposto criticando i toni duri della polizia e dicendosi ”profondamente deluso”: “Una retorica incendiaria come questa serve solo a dividere la città”. Per il sindaco si tratta di una nuova grana che va ad aggiungersi alle difficoltà nella gestione delle relazioni razziali. Secondo un sondaggio di New York Times e Siena College, la maggioranza dei cittadini di New York è convinto che la città si stia muovendo nella direzione sbagliata per quanto riguarda le relazioni razziali. Il 48% degli interpellati ritiene che le relazioni fra razze in città non siano buone, una percentuale in aumento rispetto al 30% della fine dell’era di Michael Bloomberg.

Per De Blasio, democratico liberale salito al potere promettendo una nuova era culturale, si tratta di un duro colpo. La sua posizione cauta dopo le polemiche seguite alla mancata incriminazione da parte del grand jury del poliziotto che ha ucciso Garner sono approvate dal 28% degli abitanti della città, a fronte di un 37% che ritiene che il suo atteggiamento abbia peggiorato la situazione. E il divario razziale è evidente per quanto riguarda l’approvazione in generale di De Blasio: Bloomberg incassava tassi di approvazione simili fra bianchi e neri, De Blasio è invece promosso dal 70% dei neri e dal 32% bianchi.