Chi semina nostalgia raccoglie canzoni. Il cantautorato di Dente, al secolo Giuseppe Peveri, è un distillato di epoche mai vissute, di profezie non realizzate, ma con il pregio di parlare al presente.
L’abbiamo raggiunto a Livorno, cogliendo al volo una tappa del Gran Band Epilogo Tour, con una band arricchita da una piccola sezione di fiati. Alcuni dei suoi pezzi di maggior successo, per l’occasione, sono stati rivestiti con arrangiamenti più vivaci. Molte canzoni tratte da “L’almanacco del giorno prima” e dai dischi precedenti offrono soluzioni diverse e anche momenti ballabili: dagli ammiccamenti funk al brio latino di un Milton Nascimento. Ma l’essenza del pop sognante e ironico di Dente rimane la stessa, e dal vivo regala una dimensione che i dischi non restituiscono: la sua capacità innata d’interagire con la platea, di scherzare, di creare familiarità. Le sue sono partiture sottili dove la leggerezza fa da controcanto alle malinconie, e il pubblico canta a memoria ogni canzone perché vi si riconosce.
L’ironia di Dente ha fatto breccia anche tra le risposte alla nostra intervista. “Che cosa avete contro la nostalgia, eh? È l’unico svago che resta per chi è diffidente verso il futuro”.

Il tuo ultimo disco mi ha fatto ripensare a questa frase di Gambardella ne “La Grande Bellezza”. Che rapporto hai con il passato e con il futuro?
Nei confronti del passato ho dei sentimenti forti, e anche verso la nostalgia. È una cosa che mi ha sempre attratto, commosso, anche fin da bambino, quando di nostalgia dovevo averne poca, e di passato pure. Mi ricordo quando ascoltavo le canzoni che parlavano di nostalgia, di passato, di amori finiti. Avevo 6 o 7 anni e mi commuovevano già. Ovviamente non potevo capire più di tanto, però avevano un modo di raccontare le cose che mi colpiva molto. E mi colpisce ancora oggi. È un argomento che mi fa muovere delle corde, e mi fa muovere soprattutto le corde della scrittura. Il futuro me le fa muovere po’ meno.

Quindi eri condannato alla sensibilità?
Purtroppo sì, me ne rendo conto. Allora non me ne rendevo conto. Ho dei ricordi in proposito. Ho riascoltato qualche anno fa una canzone di Modugno che poi ho cantato al Pitruzzelli di Bari. Quando mi hanno chiesto di fare una canzone di Modugno, sono andato a cercare un po’ di cose su di lui. Mi sono imbattuto in “Notte di luna calante”, e quando l’ho ascoltata mi è venuto subito l’effetto “madelaine”. Sono tornato a quando ero bambino e l’avevo sentita in una cassetta che avevano i miei genitori. La conoscevo già a memoria quella canzone, e mi sono tornate tutte quelle emozioni che mi dava già allora. E lì mi sono reso conto che quando ero piccolo ero davvero autistico (ride, ndr).

Perché hai aggiunto dei fiati in questo nuovo tour nei club e non in quello nei teatri?
Un po’ per questioni tecniche ed economiche. Il tour in teatro è già molto costoso, quindi se aggiungevo anche i fiati finivo sotto un ponte (ride, ndr). Poi credo che il fiato sia più da club che da teatro. La sezione fiati la vedo meglio in un club fumoso, dove si possono fare anche due passi di danza, che non a teatro, dove vedo meglio un’orchestra con archi e fiati. A teatro magari ti dà emozioni, ma non ti fa muovere il piede.

Sei ancora a lavoro sul tuo album misterioso?
Continua a essere misterioso e in lavorazione. Mi sono lasciato andare a parlarne, anche se non so se uscirà mai. Forse ne parlo apposta per questo, per creare il mito di questo disco, del disco postumo (ride, ndr). Sto registrando come facevo tanto tempo, in casa, con i mezzi poverissimi che ho. Sono delle canzoni che non sono delle canzoni. Cioè, hanno una loro dignità, ma sono un po’ strane, come facevo agli inizi.

Su Il Fatto Quotidiano avevi una rubrica chiamata “Il disco di Dente”. Consiglieresti un disco ai nostri lettori?
C’è un bel disco uscito da poco, “Non date il salame ai corvi” di Massaroni Pianoforti. È un cantautore molto bravo, che ha anche aperto qualche mio concerto quest’estate. È il consiglio che do ai lettori del Fatto, a cui immagino mancherò molto (ride).